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Vivere la frontiera. Roberto Bonzio ci racconta come farlo

Articolo apparso nel giugno 2014 sul blog di Punto.Ponte

Roberto Bonzio è un personaggio decisamente atipico nel panorama italiano, a metà tra il giornalista e il cantastorie. Invitato da scuole, università e aziende, Roberto racconta a giovani studenti e professionisti storie di imprenditori in Silicon Valley e di personaggi storici. Vicende diverse ma accumunate dalla capacità di credere nei propri sogni e di prendere tra le proprie mani il proprio destino. In un paese dove il “dire” abbonda e il “fare” scarseggia, Roberto è uno che, per dirla con un’espressione americana “walks the talk“, cioè non solo crede in ciò che racconta ma lo vive in prima persona.
Roberto promuove un ottimismo costruttivo che ad alcuni, abituati al cinismo del panorama italiano, può apparire ingenuo. Ci racconta che è possibile avere il coraggio di sfidare i nostri limiti, credere nei nostri sogni lavorando attivamente a realizzarli. È anche possibile gioire delle vittorie altrui e imparare dai nostri errori senza vergognarcene. Roberto non si limita a raccontare queste cose, in prima persona ha fatto scelte di vita impegnative allineate con la filosofia di vita che promuove. E nel fare queste scelte non semplici ha avuto successo: si è inventato un lavoro e si è così guadagnato una credibilità che pochi altri hanno. Roberto è una persona frizzante ed energetica che si apprezza al meglio dal vivo. Inevitabilmente, inscatolarlo in una intervista come sto facendo qui, ne diminuirà un poco l’effetto adrenalinico, ma credo comunque valga la pena leggere le sue risposte e lasciarsi contagiare. Una cosa di cui abbiamo tanto bisogno di questi tempi è l’ottimismo e la voglia di provare a cambiare le cose. Sono certo che alla fine di questa pagina avremo qualche ottimista in più e la voglia di fare e di cambiare avrà rimpiazzato un po’ dell’apatia e rassegnazione che blocca tanti di noi. Buona lettura.

Roberto Bonzio
Roberto Bonzio, giornalista, cantastorie e motivational speaker.

Franco: Roberto ci puoi raccontare brevemente di te e di cosa hai fatto negli ultimi… diciamo 40 anni?
Roberto: Ma perché trascurare i primi 19? Con un papà cronista a Mestre (che gli ha dedicato una piazzetta) sono cresciuto fra notizie, storie di cronaca… e film western nella sala parrocchiale. Lui lavorava tutte le domeniche ma mi ha permesso quel che lui non aveva potuto fare: studiare e viaggiare. Mai mi sarei immaginato che nel millennio successivo… avrei unito tutti i puntini. Dopo una vita in redazione (il Gazzettino, Il Giorno, agenzia Reuters) la decisione di vivere un’esperienza di famiglia negli USA ha sconvolto positivamente la mia carriera. Sei mesi a Silicon Valley sono stati le basi di un progetto multimediale che è diventato il mio lavoro. Italiani di Frontiera è un viaggio dal West al Web, che racconta il talento di connazionali di ieri e di oggi. Ma le centinaia di storie, interviste e video sul sito fanno da cornice a quello che è diventato il mio lavoro, lasciando il posto fisso (nell’Italia del 2011!): la narrazione dal vivo, in eventi in tutt’Italia e all’estero. Ormai sono quasi dodicimila le persone che hanno ascoltato gli storytelling di IdF…

Roberto Bonzio con Fabrizio Capobianco, imprenditore valtellinese in Silicon Valley
Roberto Bonzio con Fabrizio Capobianco, imprenditore valtellinese in Silicon Valley

Franco: Il tuo ruolo assomiglia a quello di un cantastorie che narra vicende e diffonde idee tra la gente. Perché abbiamo ancora tanto bisogno di cantastorie in un’epoca che ci sommerge con informazione quasi illimitata?
Roberto: Sommersi dalle informazioni, di questo oggi abbiamo più che mai bisogno: di storie che tocchino il cuore, ispirino e aiutino a capire un mondo che cambia sempre più rapidamente. Un filo conduttore che permette di fare surf e volare, su un oceano di informazioni che altrimenti ci travolgerebbe. Lo faccio da cantastorie. E da giornalista, scoprendo personaggi trascurati da altri ma soprattutto “unendo i puntini”, fra personaggi ed eventi, collegamenti che a volte sembrano folli e si rivelano illuminanti. È così che le storie fanno volare le idee.
Io mi sento più giornalista oggi di quando stavo alla scrivania. Italiani di Frontiera è un’anomala inchiesta in progress, che mi ha imposto una radicale trasformazione professionale. Ho dovuto imparare a usare strumenti diversi (web, social media, macchina fotografica e videocamera, “impaginare” non un giornale ma una conferenza multimediale); ho dovuto mettermi in gioco e rischiare, prima bruciando risparmi per andare negli USA, poi lasciando il posto fisso. Infine ho capito che… dovevo metterci la faccia: sono quasi diventato un personaggio pubblico, sono diventato parte delle storie che racconto. E su questa strada, eccentricità, irrequietezza, passione, voglia d’inseguire strade nuove e agire di slancio, disinteressatamente, che erano state un grosso handicap nel giornalismo tradizionale… improvvisamente sono esplose come punti di forza, per creare e sviluppare un percorso inedito come IdF. E un po’ alla volta ho capito perché funziona. Una semplice raccolta di interviste e articoli non avrebbe funzionato. Raccontando invece, propongo contenuti e formati nuovi ma soprattutto, riesco a farlo emozionando.

Roberto Bonzio and Franco Folini
Roberto Bonzio and Franco Folini

Franco: La frontiera un tempo era un luogo, come il west americano, che attirava chi voleva mettersi in gioco e mettere in discussione le vecchie regole e convenzioni. Cos’è la frontiera per te, e perché è importante?
Roberto: Ho sempre vissuto in ambienti metropolitani, la frontiera quindi era suggestione, evocazione. Un immaginario esotico, coltivato al cinema, davanti alla TV e prima ancora con i fumetti. Poi all’improvviso è diventato metafora. Seguendo l’istinto, ho deciso di inserire a fianco delle storie di innovatori incontrati sulla frontiera dell’innovazione, storie di innovatori di ieri, come Amadeo Peter Giannini fondatore di Bank of America e di alcuni italiani del West, storie straordinarie trovate dal mio amico Cesare Marino antropologo dello Smithsonian Institution, tra i più grandi esperti di indiani d’America. Forse qualcuno all’inizio ha storto il naso: che c’entra il West con Silicon Valley? Oggi più che mai sono convinto sia stata una scelta azzeccata, che ha aggiunto fascino ma ha anche spostato il concetto di frontiera dal campo dell’innovazione a quello culturale, del modo di pensare. Rischiare la vita per scoprire territori richiedeva di mettersi in gioco, abbandonare consuetudini e sfidare quel l’ignoto. Senza rischiare la pelle, fare innovazione richiede le stesse qualità, lo stesso slancio.

Il gruppo di italiani di Silicon Valley Tour 2014 guidati da Roberto Bonzio alla scoperta della Silicon Valley. I tour organizzati da Roberto Bonzio e Paolo Marenco includono un calendario serratissimo di visite ad aziende innovative e incontri con imprenditori e ricercatori italiani che operano in California.

Franco: Quali sono le caratteristiche delle persone che tu scegli di raccontare? Cosa li rende differenti e degni di essere proposti come riferimento?
Roberto: Il motore di IdF è alimentato da curiosità e passione. Io sono partito dagli italiani di Silicon Valley e il filo conduttore dopo un po’ è uscito da solo. “Think out of the Box” è diventata la parola chiave di IdF, ricorrente i quel che riconoscevano a se stessi e agli altri italiani della Bay Area tutti gli intervistati: la capacità di ragionare fuori dagli schemi grazie a profondità di cultura, competenze diverse e creatività. Tutti i protagonisti di IdF hanno saputo in qualche modo uscire dalla routine, percorrere strade nuove. Conoscere le loro storie aiuta a capire e riflettere sul paradosso dell’Italia, capace di produrre così tanto talento, ricca del patrimonio più prezioso per affrontare una modernità sempre più complessa… e contemporaneamente rassegnata a cattive abitudini e malcostume che sperperano questo talento e mortificano il merito. È per questo che le storie di IdF offrono chiavi per capire come dovremmo innescare una Rivoluzione Culturale nel nostro Paese.

Franco: Nelle le tue presentazioni riversi tonnellate di ottimismo sulla platea. Come riesci a contagiare quei giovani che sono troppo spesso esposti a messaggi di grande pessimismo e cinismo?
Roberto: La forza del racconto, delle storie di persone, per innescare cambiamenti è inimmaginabile. Enormemente sottovalutata in Italia, dove per anni ci siamo rassegnati a sentir celebrare e persino ammirare somari e mascalzoni. Non c’è futuro se non si trae ispirazione ed esempio da modelli positivi. E oggi di questi modelli c’è un bisogno disperato. Ancora mi stupisco di quel che sanno innescare queste storie. Racconto e vedo davanti a me sguardi fissi e sorridenti, vengo ringraziato con gli occhi lucidi, da ragazzi che mi dicono che li ho fatti sentire orgogliosi d’esser italiani, da genitori che mi domandano come possano far conoscere queste storie ai loro figli. Ma queste storie ed i fili che le collegano sono tutto attorno a noi, pessimismo e cinismo nascono dal fatto che per troppo tempo abbiamo guardato il nostro mondo con occhi miopi. Io spero nella forza rigenerante della crisi, che ha fatto crollare false certezze e costringendo ad aprirsi a sguardi diversi.

La tomba del Conte Carlo Camillo Di Rudio a San Francisco, uno degli incredibili personaggi storici rievocati da Roberto Bonzio. Il Conte Di Rudio combatté nel Settimo Cavalleria con il generale Custer e fu uno dei pochi sopravvissuti della battaglia di Little Bighorn. La storia del Conte Di Rudio è stata riscoperta e pubblicata in un volume dell’antropologo Cesare Marino.

Franco: Una delle cose che mi ha colpito particolarmente delle tue presentazioni è la combinazione di straordinari personaggi storici (anche se spesso sconosciuti) e personaggi di oggi. Come riesci a combinare questi due mondi apparentemente tanto lontani e diversi?
Roberto: Di nuovo, io ho seguito l’istinto, farmi catturare dalla curiosità. Via via ho capito che la Frontiera come metafora poteva davvero unire storie e figure così diverse. È così che sono risalito a due personaggi in linea con lo spirito di Silicon Valley ma enormemente sottovalutati in Italia, come Adriano Olivetti e Maria Montessori. Ed ho inserito un esploratore e scalatore, Walter Bonatti, come simbolo di talento mortificato per un’assurda gerontocrazia (nella vicenda del K2, quando era il più forte ma il più giovane). E che soddisfazione quando uno startupper di successo in California, Vincenzo Di Nicola, dopo aver ceduto la sua GoPago ad Amazon e aver ottenuto la cittadinanza americana, ha postato una sua foto sulla tomba a San Francisco del personaggio simbolo di IdF, l’incredibile Carlo Camillo di Rudio avventuriero ottocentesco bellunese, passato indenne dal Risorgimento a Little Bighorn! Per me è stata la conferma che questo unire i puntini più lontani funziona. Questo percorso eccentrico che collega cose e storie in apparenza slegate, è il simbolo del pensiero trasversale, che ci fa cavalcare come con un surf l’onda di informazioni, trasformando questa massa di conoscenza che potrebbe travolgerci e che non possiamo dominare in qualcosa che fa volare, catturando significati che sfuggono al pensiero lineare…

Franco: La tua iniziativa “Italiani di Frontiera” è partita raccontando storie di italiani all’estero ma si è poi estesa a includere storie di italiani in patria. Chi sono gli italiani di frontiera e perché è interessante e importante conoscerne le vicende?
Roberto: Gli Italiani di Frontiera in patria sono persone abituate a muoversi controcorrente in salita fra mille sgambetti ma capaci di vedere il nuovo, di combattere contro ostacoli e stereotipi assurdi che frenano l’innovazione. E non parliamo certo solo di digitale o di startupper ma anche di tanti giovani, professionisti, insegnanti che si impegnano con passione. Riuscire a dare loro la carica è una soddisfazione impagabile. Perché è chiaro che è a loro che mi rivolgo, con un messaggio che non è mai “se hai una buona idea fuggi a Silicon Valley” ma semmai “parti e torna per ribaltare quanto di anacronistico frena questo splendido Paese”.

Una delle affollate presentazioni di Roberto. Qui siamo al Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze
Una delle affollate presentazioni di Roberto. Qui siamo al Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze

Franco: Che consigli hai per quei giovani che non si occupano necessariamente di nuove tecnologie ma che sono attratti dal concetto di frontiera e che stanno cercando nuove opportunità sul territorio in cui vivono?
Roberto: A tutti i ragazzi io consiglio un’esperienza all’estero, indispensabile per capire i problemi dell’Italia ma anche le sue straordinarie potenzialità. Partire per scoprire il resto del mondo ma per una cosa ancora più importante: conoscere se stessi, dice Renzo Piano in un bellissimo video che faccio vedere spesso. Questo percorso è indispensabile per muoversi poi nella direzione giusta in patria, con una visione globale. Consapevoli di quanto straordinario sia il nostro patrimonio, di come gli ostacoli siano tutti nelle nostre teste, in modi di pensare che vanno cambiati. Per questo, è importante prendere ispirazione dalle storie raccontate ma anche saper raccontare. Avere una visione, condividere un sogno con gli altri. Perché oggi tutti possono trovare esempi e modelli, tutti possono trasformarsi da ispirati a ispiratori, grazie a Internet e i social media, che non regalano nulla ma sono strumenti straordinari che ci permettono di raggiungere con i nostri contenuti tutto il mondo, di esaltare come mai prima questo potenziale: raccontare e ispirare, per cambiare.

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