A Teglio, Patrizio e Greta riscoprono e reinventano l’antica agricoltura valtellinese

Articolo apparso ad aprile 2014 sul blog di Punto.Ponte

Teglio è un antico borgo contadino a pochi chilometri a est di Sondrio, nel centro della Valtellina. Teglio è noto ai più per la famosa ricetta dei pizzoccheri, un piatto tradizionale a base di grano saraceno. Ed è a Teglio in Valtellina, nei campi dell’ampio e fertile pianoro che si estende lungo il fianco della montagna, che ho incontrato una coppia di personaggi singolari e carismatici: Patrizio Mazzucchelli e Greta Roganti.

Dove un tempo la terra veniva coltivata a grano saraceno, segale, e orzo, oggi ci sono prati verdi. Unica eccezione sono i campetti dove Patrizio e Greta coltivano biologicamente antiche varietà autoctone.

Qui, dove un tempo ogni pezzo di terra veniva coltivato a grano saraceno, segale e orzo, oggi ci sono quasi solo prati verdi. Uniche eccezioni sono la serra e i campetti coltivati dell’azienda di Greta Roganti e Patrizio Mazzucchelli, Raetia Biodiversità Alpine, dove crescono antiche varietà autoctone di cereali coltivate biologicamente, vendute sui circuiti dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) e di Slow Food. L’entusiasmo e la passione di Patrizio e Greta sono tali da non poter contenersi a poche varietà; infatti, nella serra coltiva anche innumerevoli piante rare provenienti da tutto l’arco alpino. In collaborazione con la fondazione svizzera Pro Specie Rara, che si occupa di salvaguardare dall’estinzione le specie anticamente coltivate nelle Alpi, Patrizio e Greta producono sementi rare che distribuiscono localmente per promuovere la biodiversità e la reintroduzione di queste varietà adattate ai climi montani. Raccontare le mille iniziative di Patrizio e Greta, i loro progetti e i loro sogni richiederebbe ben più spazio e tempo di quanto sia a disposizione. Lasciamo che sia Patrizio a farci un breve riassunto.

La patata blu di Valtellina
Patrizio Mazzucchelli ci mostra la patata blu di Valtellina coltivata a Teglio, Valtellina.

L’intervista a Patrizio Mazzucchelli

Franco: Patrizio, ci puoi raccontare un po’ di te e di come ti sei avvicinato all’agricoltura?

Patrizio: Sono nato a Lovere (BG), sulle sponde del lago d’Iseo nel 1957. Nel 1960 la mia famiglia si è trasferita a Milano, ma ho continuato a frequentare il mio paese natale nei mesi estivi. Qui, grazie ai parenti, ho avuto i miei primi contatti con la vita rurale ed il mondo agricolo. A Milano ho vissuto nella periferia nord-ovest della città che allora era lambita da prati, risaie e marcite; alcuni amici di scuola erano figli di agricoltori e vivevano nelle cascine di pianura che mi parevano vere e proprie “cittadelle”. All’età di 13 anni, seguo mia sorella maggiore e suo marito, di origine contadina, che si trasferiscono a Roccagrimalda, in Piemonte, prendendo in affitto una cascina con vigneto, galline, mucca e vitello. Con loro ho trascorso le estati e ho condiviso lavoro ed esperienze importantissime per la mia formazione. Nel 1974 mia madre, vedova dal 1964, decise di convivere con il suo nuovo compagno, Albino di Teglio (SO), e fu soprattutto attraverso la conoscenza di questa persona, che mi ha sempre trattato con benevolenza, che ho conosciuto la realtà locale dell’agricoltura rurale alpina. Pur vivendo e lavorando loro nella vicina Engadina, mentre io vivevo a Milano, ho avuto l’opportunità di trascorrere fine settimana e periodi di vacanza con loro a Teglio. Grazie ad Albino ho conosciuto prima i piatti tradizionali, i Tellini, e poi i cereali locali usati per preparare queste vere specialità. Queste esperienze mi sono rimaste dentro e, crescendo, ho spesso pensato alla possibilità di vivere in campagna. Ho continuato a vivere e lavorare a Milano. Nel 1987 Albino morì e mia madre volle tornare a vivere a Milano; restava da decidere se vendere la casa e i terreni a Teglio. Decisi dunque di acquistare i beni e, nel novembre 1989, mi trasferii a Teglio con la mia compagna di allora. Cambiai non solo l’ubicazione ma anche l’attività lavorativa, trasformando l’hobby della lavorazione del legno in un’attività artigianale; di pari passo cominciai ad occuparmi piano piano della gestione agricola dei terreni, praticando un’agricoltura biologica e occupandomi della possibilità di riprendere la coltivazione dei cereali alpini tradizionali, principalmente segale, grano saraceno ed orzo.

Cominciai ad occuparmi piano piano della gestione agricola dei terreni, praticando un’agricoltura biologica e occupandomi della possibilità di riprendere la coltivazione dei cereali alpini tradizionali, principalmente segale, grano saraceno ed orzo.

Patrizio Mazzucchelli
Grano saraceno autoctono Valtellinese (furmentun)
Grano saraceno autoctono valtellinese (furmentun) prodotto da RAETIA Biodiversità Alpine, l’azienda di Patrizio Mazzucchelli.

Franco: Uno dei prodotti più importanti della tua produzione è il grano saraceno. Ci racconti in cosa si differenzia il tuo grano saraceno da quello comunemente in commercio e perché queste differenze sono importanti?

Patrizio: Coltivo grano saraceno autoctono di Teglio, riconosciuto tale dalla Fondazione Slow Food che ha istituito nel 2001 il Presidio del Grano Saraceno di Valtellina, lo stesso grano saraceno, ma anche la nostra segale, sono sotto la protezione della Fondazione Svizzera Pro Specie Rara che coltiva le nostre semenze per evitarne l’estinzione nei loro centri di mantenimento ed attraverso i salvasemi, persone che si impegnano nella coltivazione di piante della biodiversità. Le nostre antiche semenze appartengono al panorama di piante della Biodiversità Alpina che rischiano l’estinzione e vanno tutelate, va altresì tutelata la biodiversità colturale espressa nelle pratiche agronomiche, nella gastronomia e nella storia dell’uomo nelle Alpi, oggi queste diventano anche opportunità per una nuova economia. Per comprendere meglio faccio una breve storia: Dalla fine degli anni ’70 la coltivazione di grano saraceno, segale ed orzo cominciò un calo drastico che portò alla scomparsa di queste coltivazioni nella maggior parte della Valtellina, alla fine degli anni ’90 a Teglio erano rimaste 4 o 5 famiglie che praticavano queste coltivazioni che raggiungevano una estensione di circa 7.000 mq. È grazie a queste famiglie che si sono mantenuti le sementi antiche, ma anche saperi e competenze in merito alle pratiche agronomiche tradizionali ed alle pratiche di filiera per la trasformazione in farina o chicchi da minestra. Sono stati gli anziani a farci comprendere le differenze tra le sementi tradizionali e quelle d’importazione, queste differenze visive ed organolettiche ci hanno convinto a considerare le nostre sementi autoctone e dare ai nostri prodotti un valore storico, la segale e l’orzo sono presenti nelle Alpi da almeno 2000 anni, il grano saraceno da circa 500 anni.

Uno dei campetti in cui Patrizio coltiva il grano saraceno autoctono
Uno dei campi a Teglio, Valtellina, in cui Patrizio Mazzucchelli e Greta Roganti coltivano il grano saraceno autoctono

Franco: Si parla tanto della mancanza di lavoro per i giovani, ma tu mi hai raccontato che per molti dei tuoi prodotti c’è una domanda significativamente superiore all’offerta. Che opportunità vedi per un giovane che volesse avvicinarsi all’agricoltura con un approccio simile al tuo? Da dove dovrebbe cominciare? Che consigli gli daresti?

Patrizio: (1) Per un giovane c’è l’opportunità di occuparsi del territorio in cui decide di vivere, svolgendo un’attività sicuramente impegnativa a tutela della biodiversità e che gli permette di produrre piante e sementi o di allevare animali autoctoni a rischio di estinzione.

(2) Per iniziare, è necessario sicuramente acquisire, anche in affitto, terreni adatti al tipo di attività che si vuole svolgere. L’acquisizione dei terreni è la parte più difficoltosa per un giovane e proprio per questo io penso che oggi sia estremamente importante evitare la vendita dei terreni demaniali, statali e comunali, che possono essere invece offerti a quei giovani che hanno voglia di fare e magari hanno anche acquisito competenze scientifiche attraverso scuole ed università, ma incontrano difficoltà proprio nel trovare terreni disponibili. Sono necessarie politiche che sostengano nei fatti chi vuole operare per salvaguardare il territorio, le biodiversità, anche culturali, presenti, e che vuole intraprendere attività economiche sostenibili. Oggi solo chi è dotato di un patrimonio economico cospicuo può forse pensare di “fare tutto da sé”, l’agricoltura è per sua natura un atto sociale che implica relazioni con altri soggetti.

L’agricoltura è per sua natura un atto sociale che implica relazioni con altri soggetti.

Patrizio Mazzucchelli

(3) L’entusiasmo spesso non basta visto le difficoltà intrinseche che ha la pratica dell’agricoltura in montagna, difficoltà che negli anni passati ha portato all’abbandono ed alla conseguente trascuratezza del territorio. Consiglio che per cominciare si debbano trovare persone che abbiano sensibilità ed obiettivi comuni con le quali intraprendere un percorso condiviso. Imparare a lavorare per sé considerando di appartenere con il proprio progetto ad un progetto plurimo e di comunità rafforza la propria attività e ci permetterà di proporre non solo le nostre produzioni ma anche il territorio, con ricadute economiche diffuse e vivere meglio tra le persone. Per cominciare non è necessario avere tanto terreno o tutti i macchinari. È necessario invece saper relazionare con gli altri agricoltori che vivono sul territorio, anche se hanno obiettivi e pratiche diverse dalle nostre, ma con i quali si possono allacciare comunque relazioni di scambio proficue per entrambi. Considerare i punti di forza ed i punti di debolezza del proprio progetto è comunque importante anche se la natura poi è in grado di sconvolgere magari solo con un temporale tutti i nostri calcoli ed obiettivi. Nelle Vie marziali Giapponesi viene detto che bisogna imparare ad essere e comportarci “come il bambù al vento”, piegarsi senza spezzarsi per tornare a svettare ritto nel cielo.

Patrizio nella serra di Raetia Biodiversità Alpine
Patrizio Mazzucchelli nella serra di Raetia Biodiversità Alpine a Teglio, Valtellina

Franco: So che collabori con università e centri di ricerca su vari progetti. Queste tue collaborazioni fanno parte della tua visione di una nuova figura del contadino? In cosa si differenzia dal contadino tradizionale?

Patrizio: Diciamoci la verità, il “contadino tradizionale” è rimasto nelle parti marginali del mondo. Nelle nostre Alpi e nel resto d’Italia qualcuno è rimasto e sta resistendo all’imposizione di leggi e burocrazie adatte all’agroindustria, anche del biologico. Oggi la parola “contadino” non esiste: siamo, per legge e normative, tutti I.A.P., imprenditori agricoli professionali. Chi lavora nell’agricoltura passa la maggior parte del tempo sui macchinari o attorno ai macchinari, e ciò che guadagna lo spende in gran parte per pagarsi questi stessi macchinari. Le mani con la Madre Terra non si sporcano neanche. Potrei al massimo considerarlo “contadino convenzionale”. Non sono di certo contro le tecnologie necessarie, l’innovazione, e le nuove pratiche. Ad esempio, è opinione di molti studiosi del settore, che in Valtellina uno dei costi maggiori, che paga poi il consumatore finale, o che si trasforma in alto costo di produzione e di vendita sottocosto, è dato dall’incapacità di “fare sistema” e non solo per il marketing. Ogni piccola azienda agricola vuole avere il suo trattore, il suo macchinario, ecc. Spesso vi è quasi una gara a chi ha il trattore più grosso, l’ultima macchina appena uscita. Risultato: si lavora anche duramente per pagare i macchinari invece di condividerli, e si ha un maggior inquinamento da idrocarburi. Chi veramente ci guadagna sono i venditori di macchinari e di idrocarburi. Purtroppo alla base c’è un’ormai vecchia e logora idea di produzione per la G.D.O. (Grande Distribuzione Organizzata) e l’idea di concorrenza con il mercato di scala che è nato in pianura, che oggi è globalizzato e che l’agricoltura di montagna non riesce economicamente più a reggere. Se il prezzo di un prodotto viene fissato altrove e imposto ad un territorio, non c’è né mercato né concorrenza. Alla luce di ciò è importante considerare l’apporto positivo che alcune Università stanno dando per superare un periodo storico, che indubbiamente ha portato per alcuni decenni ad uno sviluppo economico per alcuni, ma che ha favorito l’abbandono delle Terre Alte o marginali considerate improduttive. Ecco che allora le università, come l’Università della Montagna di Edolo, diventano estremamente necessarie non solo per un’analisi del passato ma soprattutto per la loro capacità di ricerca di soluzioni sostenibili che vedono nelle aree marginali, nelle agro-biodiversità territoriali, possibilità di rilancio dei prodotti territoriali identitari e di un’economia diffusa a tutti gli attori del territorio e di lunga durata. Faccio un esempio pratico ed efficace: il Prof. Sergio Sgorbati dell’Unimi Bicocca di Milano circa 8 anni fa mi ha contattato sostenendo che a suo parere c’erano buone possibilità che il grano saraceno di Valtellina, essendo presente da più di 400 anni in valle, avesse modificato il proprio DNA divenendo una specie tra le specie di Fagopyrum esculentum presenti sul pianeta. Abbiamo intrapreso un lungo lavoro di ricerca, abbiamo trovato 14 tipi di grano saraceno coltivati in Valle, li abbiamo coltivati dall’amico Marcel Zanolari fuori dalle zone tradizionali di coltivazione. l’Università Bicocca insieme all’Università di Pavia (Botanica), Prof. Rossi e l’Università di Padova, Genetica Agraria, Prof. Barcaccia, hanno compiuto uno studio genomico che ha portato a confermare che almeno 2 specie sono da considerare scientificamente diverse e quindi certificano che abbiamo 2 ecotipi che possiamo considerare a tutti gli effetti autoctoni, vera biodiversità. Oltre ad essere motivo di orgoglio per noi che abbiamo partecipato al mantenimento di queste semenze, per la Valtellina tutta, ma anche per la Regione e la Nazione, questa è un’opportunità che dovremo gestire meglio nel futuro con attenzione e determinazione. La filiera corta del grano saraceno e dei cereali alpini tradizionali che abbiamo e stiamo realizzando a Teglio come Presidio Slow Food e come Associazione per la coltivazione del grano saraceno di Teglio e dei cereali alpini tradizionali è ancora più motivata a realizzare e gestire un cambiamento in atto che non può prescindere dalla collaborazione con i ricercatori delle università in campi diversi ma legati tra loro. Stiamo sviluppando una possibilità di un’economia nuova ed innovativa per questo territorio. Un’economia che coinvolge trasformatori del prodotto finale, ristoratori, gastronomi, gelatai (a Ponte in Valtellina, la gelateria FiordiMela produce un ottimo gelato di segale e grano saraceno autoctono), agriturismi. La collaborazione con le università è anche un’opportunità che non possiamo perdere per contribuire a formare figure nuove, studenti e futuri professionisti da affiancare ai contadini, figure professionali che si occupino del territorio. Quei contadini che mettono le mani nella Madre Terra, che sapranno fare da guida al territorio spiegando con competenze maturate la storia e l’identità del proprio territorio, le agro-biodiversità presenti, la gastronomia tradizionale.

 Il mulino per la macinatura a pietra del grano saraceno utilizzato da Patrizio.
Il mulino per la macinatura a pietra del grano saraceno utilizzato da Patrizio Mazzucchelli per trasformare in farina il grano saraceno da lui coltivato.

Franco: Visitando i tuoi campi e le tue serre, diventa evidente che tu metti nel lavoro tantissima passione. Sulla base della tua esperienza, questo modo innovativo di praticare l’agricoltura, oltre a essere entusiasmante, è anche finanziariamente sostenibile? Cioè, può generare, per chi facesse questa scelta, un reddito sufficiente e comparabile a un impiego di livello equivalente?

Patrizio: Partiamo da dati ufficiali che vedono l’agricoltore in Valtellina avere mediamente 2 ettari di terra; questa è una media, ma è pur sempre una “quasi realtà”. Ciò vuol dire che non bastano e non basteranno tecniche agronomiche innovative quali il biologico o l’occuparsi della tutela dell’agrobiodiversità territoriale per garantirsi un’economia soddisfacente. Io, ma anche molti ricercatori universitari, sosteniamo da anni che il futuro del “Contadino di Montagna” è e sarà nella sua capacità di sviluppare pratiche multifunzionali. Cosa significa? Significa che oltre alla possibilità di gestire Agriturismi (offerta di pernottamento ed enogastronomia) dovrà diventare la guida del proprio territorio, dovrà avere conoscenze e saper dare informazioni elementari ma efficaci di botanica, zoologia che riguardano le piante coltivate o presenti nei boschi circostanti, dovrà saper dare informazioni, anche storiche, sugli animali allevati, ma dovrà anche sapere raccontare la storia delle sue terre e delle genti che l’hanno abitata e che la abitano, sapere utilizzare tecnologie innovative di comunicazione. Purtroppo, gli ultimi dati della Regione Lombardia indicano che solo 2 agricoltori su 10 utilizzano Internet! Il digital divide è un serio problema! Se possibile, il contadino di montagna dovrà conoscere almeno una lingua straniera. Dovrà sapere cosa significano “Turismo Rurale” e “Turismo esperienziale”. Questo sarà l’unico modo per garantire a se stesso un’economia sostenibile, garantirsi un reddito sufficiente e sarà in grado soprattutto di garantire a chi vive ed opera sul territorio, condividendo gli stessi obiettivi, una buona qualità di vita con relazioni multiculturali che contribuiranno a un’evoluzione positiva non solo per gli “operatori del settore” ma anche per l’intera valle.

Se possibile, il contadino di montagna dovrà conoscere almeno una lingua straniera. Dovrà sapere cosa significano “Turismo Rurale” e “Turismo esperienziale”.

Patrizio Mazzucchelli

Franco: Assumendo, per un attimo, di trovarci in un mondo ideale, in cui le persone e le istituzioni condividono i tuoi entusiasmi e la tua visione, come vedresti la nostra valle, l’economia locale e il nostro modo di vivere tra 5 o 10 anni?

Patrizio: Beh, intanto vedrei la Valtellina che assume la decisione di non essere solo un Luna Park per turisti, ma soprattutto un’Oasi Alpina per Viaggiatori interessati al territorio per la sua ubicazione, bellezze naturali, storia, enogastronomia territoriale ed identitaria vera. Un’economia locale in grado di uscire da un concetto di “Modernità” legato ancora agli anni ’70 (basato su un individualismo sfrenato che scimmiotta l’industrialità di pianura oramai decotta e non considera le potenzialità dell’Intelligenza Collettiva locale finora inespressa) porterebbe a sviluppare proposte economiche in grado di valorizzare competenze e capacità che stiamo perdendo o arrancano e che sino ad ora sono rimaste molto marginali, oltre all’enogastronomia penso all’artigianato di qualità che nei secoli qui produceva dalla pietra ollare ai tessuti vegetali (lino e canapa) a quelli animali (lana), al legno, basti pensare che le più belle ed antiche Stue in mostra al Museo Engadinese di St. Moritz provengono da Grosio e dalla Valtellina. Abbiamo restauratori edili e lignei con grandi capacità e competenze che faticano a trovare occupazione. Potenzialità che potranno creare un’economia territoriale di alta qualità.

Vorrei una Valtellina che diviene un Oasi Alpina per Viaggiatori interessati al territorio per la sua ubicazione, bellezze naturali, storia, enogastronomia territoriale ed identitaria vera.

Patrizio Mazzucchelli

L’economia locale tra 5 o 10 anni sarebbe un’economia diffusa che permette di vivere all’allevatore e produttore di formaggi (enogastronomia e lana), al contadino di montagna (enogastronomia e tessuti), a chi si occupa della filiera del bosco (legno ed itinerari turistici nella natura), agli artigiani che si occuperebbero dalla trasformazione dei prodotti della terra, del restauro funzionale di edifici storici valorizzando le imprese edili che si innovano magari anche con proposte nuove elaborate da ingegneri ed architetti. In un panorama simile, ai giovani sarebbero aperti spazi per iniziative culturali gestite da loro dove le loro idee e visioni possano esprimersi. Nascerebbe sicuramente un network locale capace di mettere in rete varie discipline e competenze. Sarebbe un cambiamento culturale dove non la competizione nel territorio, ma la capacità di solidarizzare e fare sistema tra tutti gli attori porterebbe ad una competizione positiva fuori dal territorio che ci permetterebbe di confrontarci continuamente con le altre realtà alpine e crescere. Migliorerebbe le relazioni, il paesaggio e la nostra qualità di vita. Soprattutto sarebbe una necessaria ed utile possibilità di futuro per i giovani della valle.

Patrizio mostra con orgoglio alcune delle rare varietà da lui coltivate
Patrizio Mazzucchelli mostra, con orgoglio, alcune delle rare varietà da lui coltivate sui pianori di Teglio, Valtellina

Franco: Ci parli della tua collaborazione con Punto.Ponte e perché questo tipo di iniziative sono importanti?

Patrizio: In questi ultimi anni in Valtellina molti soggetti e alcuni piccoli imprenditori, soprattutto legati all’enogastronomia, stanno ripensando al loro ruolo e alle possibilità di proporre prodotti veramente del luogo, prodotti identitari che hanno in sé non solo la bontà del gusto ma anche una loro storia. Prodotti che spesso si stanno perdendo o che si sono potuti salvare grazie a interventi lungimiranti proposti soprattutto da Slow Food con la nascita dei Presidi. In Valtellina e Valchiavenna abbiamo 3 presidi: il Presidio del Violino di Capra della Val Chiavenna, il Presidio del Bitto Storico delle Valli del Bitto (ora chiamato Storico Ribelle) nella zona di Morbegno ed il Presidio del Grano Saraceno di Valtellina che è nato a Teglio ma si propone di rilanciare una coltivazione che era presente in quasi tutta la Valle.

Punto.Ponte ha saputo organizzare piccoli imprenditori locali per iniziare a discutere di come sviluppare un’economia territoriale basata sulla ricerca di antichi prodotti che coinvolga i vari attori lungo le filiere produttive, dai contadini ai trasformatori finali, quali ristoratori e trasformatori. Sta anche occupandosi dell’artigianato tipico che è un’altra filiera interessante. È la prima volta, in 25 anni di vita in Valtellina, che assisto alla nascita di un’associazione che opera fattivamente per un cambiamento coinvolgendo interessi multipli e non corporativi.

La relazione con Punto.Ponte è diventata importante quando mi è stato chiesto di fornire ai loro imprenditori associati le materie prime per la realizzazione dei prodotti, grano saraceno autoctono del Presidio per sciat e pizzoccheri e farina di segale autoctona per la produzione del pane tipico di Ponte. Ho dato la mia disponibilità a fornire le farine ma ho anche chiesto loro di trovare persone, soprattutto giovani, che volessero riprendere le coltivazioni di questi cereali e nel novembre 2013 hanno trovato terreno ed un primo giovane disposto ad imparare le semplici tecniche agronomiche per la semina ed abbiamo seminato circa 2500 mq. a segale che sarà raccolta a giugno e nello stesso campo semineremo grano saraceno autoctono. Se si crede nei concetti di “Filiera Corta”, nel recupero e nel mantenimento dei terrazzamenti e del paesaggio, anche in chiave di proposta turistica, è necessario avere una produzione locale del prodotto ed è soprattutto necessario trovare terreni e risorse umane che, nel futuro, si occupino della gestione di questi, per arrivare a una produzione che garantisca anche un’adeguata economia a tutta la filiera.

Se si crede nei concetti di Filiera Corta, recupero e mantenimento dei terrazzamenti e del paesaggio, è necessario avere una produzione locale del prodotto.

Patrizio Mazzucchelli

Ritengo estremamente importanti gli incontri di Punto.Ponte organizza con i giovani per un’agricoltura territoriale e identitaria e metto volentieri a loro disposizione le esperienze e le competenze maturate negli ultimi 15 anni. Nei prossimi giorni avrò un incontro con un giovane che ha trovato terreni incontaminati da pesticidi per coltivare grano saraceno autoctono che servirà per avere disponibilità di semenza per il futuro.

Patrizio con un agnello di pecora Ciuta, varietà locale a rischio di estinzione
Patrizio Mazzucchelli a Teglio con un agnello di pecora Ciuta, varietà valtellinese a rischio di estinzione.

Franco: Qual è la cosa che più ti entusiasma del tuo lavoro? E qual è il sogno professionale che più vorresti che si avverasse?

Patrizio: Strano a dirsi, ma l’arretratezza valtellinese di cui molti valtellinesi mi parlano la vedo come un’opportunità. È vero, noi non siamo come il Trentino, l’Alto Adige o la Val d’Aosta, ma proprio per questo potremo, confrontandoci con queste e altre realtà alpine, imparare dai loro errori e non ripeterli in futuro. Ciò mi entusiasma proprio perché vedo ampi spazi di intervento e possibilità; vedo che molti valtellinesi stanno ripensando a se stessi e che i giovani hanno interesse per il loro passato in chiave innovativa. Il mio sogno professionale è occuparmi della tutela dell’agro-biodiversità e riuscire a vivere economicamente di ciò. Era quello di tornare alla terra e sta diventando realtà, come diceva qualcuno di cui non ricordo il nome: “Quando sogni da solo è solo un sogno, quando si è in molti a sognare è la realtà che comincia” (NdR: proverbio africano).

Quando sogni da solo è solo un sogno, quando si è in molti a sognare è la realtà che comincia

Proverbio Africano
Patrizio con una pecora Ciuta del suo piccolo allevamento. La pecora Ciuta è una tipica varietà di pecora valtellinese a rischio di estinzione.
Patrizio Mazzucchelli con una pecora ciuta del suo piccolo allevamento di Teglio, Valtellina. La pecora Ciuta è una tipica varietà di pecora valtellinese a rischio di estinzione.
Patrizio Mazzucchelli e la sua compagna Greta
Patrizio Mazzucchelli e la sua compagna Greta Roganti

Ringrazio di cuore Patrizio Mazzucchelli e la sua compagna, Greta Roganti, per la grande disponibilità, per il tempo dedicato a rispondere alle mie domande e per avermi mostrato con tanto entusiasmo le loro attività. Realizzare questa intervista e parlare con Patrizio mi ha aperto gli occhi su molti aspetti delle tradizioni valtellinesi. Grazie alla conversazione con Patrizio e Greta, ho apprezzato l’importanza di conservare non solo la memoria del passato, ma anche di perpetuare le varietà vegetali e animali che i nostri antenati selezionarono con infinita pazienza e che permisero loro di sopravvivere in questi stessi luoghi, dove oggi viviamo una vita tanto diversa. Grazie, Patrizio, grazie, Greta!

Comments are closed.

Powered by WordPress.com.

Up ↑

Discover more from Franco Folini Blog

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading