Patrizio Mazzucchelli e la sua compagna

Patrizio Mazzucchelli riscopre e reinventa l’antica agricoltura valtellinese

Articolo apparso nell’aprile 2014 sul blog di Punto.Ponte

Teglio è un antico borgo contadino a pochi chilometri da Sondrio, al centro della Valtellina. Ed è a Teglio, nei campi dell’ampio e fertile pianoro che si estende lungo il fianco della montagna, che ho incontrato un personaggio singolare e carismatico: Patrizio Mazzucchelli.

Qui, dove un tempo ogni pezzo di terra veniva coltivato a grano saraceno, segale, e orzo, oggi ci sono quasi solo prati verdi. Unica eccezione sono la serra e i campetti coltivati dell’azienda di Patrizio, Raetia Biodiversità Alpine, dove crescono antiche varietà autoctone di cereali che vengono vendute sul circuito dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) e di Slow Food. L’entusiasmo e la passione di Patrizio sono tali da non poter essere contenuti a poche varietà, infatti nella serra coltiva anche innumerevoli piante rare provenienti da tutto l’arco alpino. In collaborazione con la fondazione svizzera Pro Specie Rara, che si occupa di salvaguardare dall’estinzione le specie anticamente coltivate nelle Alpi, Patrizio produce sementi rare che distribuisce localmente per promuovere la biodiversità e la reintroduzione di queste varietà adattate ai climi montani. Raccontare le mille iniziative di Patrizio, i suoi progetti e i suoi sogni richiederebbe ben più spazio e tempo di quanto sia disponibile. Lasciamo che sia lui a farci un breve riassunto.

La patata blu di Valtellina
Patrizio ci mostra la patata blu di Valtellina.

Franco: Patrizio, ci puoi raccontare un po’ di te e di come ti sei avvicinato all’agricoltura?
Patrizio: Sono nato a Lovere (BG) sulle sponde del lago d’Iseo nel 1957. Nel 1960 la mia famiglia si è trasferita a Milano ma ho continuato a frequentare il mio paese nativo nei periodi estivi. Qui grazie ai parenti ho avuto i miei primi contatti con la vita rurale ed il mondo agricolo. A Milano ho vissuto nella periferia nord-ovest della città che allora era lambita da prati, risaie e marcite, alcuni amici di scuola erano figli di agricoltori e vivevano nelle cascine di pianura che mi parevano vere e proprie “cittadelle”. A 13 anni mia sorella maggiore e suo marito, di origine contadina, si trasferiscono a Roccagrimalda, in Piemonte, e prendono una cascina con vigneto, galline, mucca e vitello. Con loro ho trascorso le estati e ho condiviso lavoro ed esperienze importantissime per la mia formazione. Nel 1974 mia madre, vedova dal 1964, decise di convivere con il suo nuovo compagno Albino di Teglio (SO), è soprattutto attraverso la conoscenza di questa persona, che mi ha trattato sempre con benevolenza, che ho conosciuto la realtà locale dell’agricoltura rurale alpina. Pur vivendo e lavorando loro nella vicina Engadina, mentre io vivevo a Milano, ho avuto l’opportunità di trascorrere fine settimana e periodi di vacanza con loro a Teglio. Grazie ad Albino ho conosciuto prima piatti tradizionali Tellini e poi i cereali locali utilizzati per la realizzazione di queste vere specialità. Queste esperienze mi sono rimaste dentro e crescendo ho spesso pensato alla possibilità di vivere in campagna. Ho continuato a vivere e lavorare a Milano. Nel 1987 Albino morì e mia madre volle tornare a vivere a Milano, rimaneva da decidere se vendere casa e terreni a Teglio. Decisi dunque di acquistare io i beni e nel novembre 1989 mi trasferii a Teglio con la mia compagna di allora. Cambiai non solo ubicazione ma anche attività lavorativa trasformando l’hobby della lavorazione del legno in attività artigianale, di pari passo cominciai ad occuparmi piano piano della gestione agricola dei terreni praticando un’agricoltura biologica e occupandomi della possibilità di riprendere la coltivazione dei cereali alpini tradizionali, principalmente segale, grano saraceno ed orzo.

Grano saraceno autoctono Valtellinese (furmentun)
Grano saraceno autoctono valtellinese (furmentun) prodotto da RAETIA Biodiversità Alpine, l’azienda di Patrizio.

Franco: Una dei prodotti più importanti della tua produzione è il grano saraceno. Ci racconti in cosa si differenzia il tuo saraceno da quello che comunemente troviamo in commercio e perché queste differenze sono importanti?
Patrizio: Coltivo grano saraceno autoctono di Teglio, riconosciuto tale dalla Fondazione Slow Food che ha istituito nel 2001 il Presidio del Grano Saraceno di Valtellina, lo stesso grano saraceno ma anche la nostra segale, sono sotto la protezione della Fondazione Svizzera Pro Specie Rara che coltiva le nostre semenze per evitarne l’estinzione nei loro centri di mantenimento ed attraverso i salvasemi, persone che si impegnano nella coltivazione di piante della biodiversità. Le nostre antiche semenze appartengono al panorama di piante della Biodiversità Alpina che rischiano l’estinzione e vanno tutelate, va altresì tutelata la biodiversità colturale espressa nelle pratiche agronomiche, nella gastronomia e nella storia dell’uomo nelle Alpi, oggi queste diventano anche opportunità per una nuova economia. Per comprendere meglio faccio una breve storia: Dalla fine degli anni ’70 la coltivazione di grano saraceno, segale ed orzo cominciò un calo drastico che portò alla scomparsa di queste coltivazioni nella maggior parte della Valtellina, alla fine degli anni ’90 a Teglio erano rimaste 4 o 5 famiglie che praticavano queste coltivazioni che raggiungevano una estensione di circa 7.000 mq. È grazie a queste famiglie che si sono mantenute le sementi antiche, ma anche saperi e competenze in merito alle pratiche agronomiche tradizionali ed alle pratiche di filiera per la trasformazione in farina o chicchi da minestra. Sono stati gli anziani a farci comprendere le differenze tra le sementi tradizionali e quelle d’importazione, queste differenze visive ed organolettiche ci hanno convinto a considerare le nostre sementi autoctone e dare ai nostri prodotti un valore storico, la segale e l’orzo sono presenti nelle Alpi da almeno 2000 anni, il grano saraceno da circa 500 anni.

Uno dei campetti in cui Patrizio coltiva il grano saraceno autoctono
Uno dei campetti in cui Patrizio coltiva il grano saraceno autoctono

Franco: Si parla tanto della mancanza di lavoro per i giovani, ma tu mi hai raccontato che per molti dei tuoi prodotti c’è una domanda significativamente maggiore all’offerta. Che opportunità vedi per un giovane che volesse avvicinarti all’agricoltura con un approccio simile al tuo? Da dove dovrebbe cominciare? Che consigli gli daresti?
Patrizio: (1) Per un giovane c’è l’opportunità di occuparsi del territorio nel quale decide di vivere svolgendo un’attività, sicuramente impegnativa, a tutela delle biodiversità e che gli permette di produrre piante, sementi o di allevare animali autoctoni a rischio di estinzione.

(2) Per iniziare è necessario sicuramente cominciare dall’acquisizione, anche in affitto, di terreni adatti al tipo di attività che si vuole svolgere. L’acquisizione dei terreni è la parte più difficoltosa per un giovane e proprio per questo io penso che oggi sia estremamente importante evitare la vendita dei terreni demaniali, statali e comunali, che possono essere invece offerti a quei giovani che hanno voglia di fare e magari hanno anche acquisito competenze scientifiche attraverso scuole ed università ma incontrano difficoltà proprio nel trovare terreni disponibili. Sono necessarie politiche che sostengano nei fatti chi vuole operare per salvaguardare il territorio, le biodiversità anche culturali presenti e che vogliono intraprendere attività economiche sostenibili. Oggi solo chi è dotato di un patrimonio economico cospicuo può forse pensare di “fare tutto da sé”, l’agricoltura è per sua natura un atto sociale che implica relazioni con altri soggetti.

(3) L’entusiasmo spesso non basta visto le difficoltà intrinseche che ha la pratica dell’agricoltura in montagna, difficoltà che negli anni passati ha portato all’abbandono ed alla conseguente trascuratezza del territorio. Consiglio che per cominciare si debbano trovare persone che abbiano sensibilità ed obbiettivi comuni con le quali intraprendere un percorso condiviso. Imparare a lavorare per sé considerando di appartenere con il proprio progetto ad un progetto plurimo e di comunità rafforza la propria attività e ci permetterà di proporre non solo le nostre produzioni ma anche il territorio, con ricadute economiche diffuse e vivere meglio tra le persone. Per cominciare non è necessario avere tanto terreno o tutti i macchinari. È necessario invece saper relazionare con gli altri agricoltori che vivono sul territorio, anche se hanno obbiettivi e pratiche diverse dalle nostre, ma con i quali si possono allacciare comunque relazioni di scambio proficue per entrambi. Considerare i punti di forza ed i punti di debolezza del proprio progetto è comunque importante anche se la natura poi è in grado di sconvolgere magari solo con un temporale tutti i nostri calcoli ed obbiettivi. Nelle Vie marziali Giapponesi viene detto che bisogna imparare ad essere e comportarci “come il bambù al vento”, piegarsi senza spezzarsi per tornare a svettare ritto nel cielo.

Patrizio nella serra di Raetia Biodiversità Alpine
Patrizio nella serra di Raetia Biodiversità Alpine

Franco: So che tu collabori con università e centri di ricerca con vari progetti. Queste tue collaborazioni fanno parte della tua visione di una nuova figura del contadino? In cosa si differenzia dal contadino tradizionale?
Patrizio: Diciamoci la verità il “contadino tradizionale” è rimasto nelle parti marginali del mondo, nelle nostre Alpi e nel resto d’Italia qualcuno è rimasto e sta resistendo all’imposizione di leggi e burocrazie adatte all’agroindustria, anche del biologico, oggi la parola “contadino” non esiste siamo per legge e normative tutti I.A.P. (Imprenditori Agricoli Professionali) oggi chi lavora nell’agricoltura passa la maggior parte del tempo sui o attorno a macchinari, e ciò che guadagna lo spende in gran parte per pagarsi questi macchinari. Le mani con la Madre Terra non se le sporca neanche. Potrei al massimo considerarlo “contadino convenzionale”. Non sono di certo contro le tecnologie necessarie, l’innovazione e le nuove pratiche. Ad esempio è opinione di molti studiosi del settore che in Valtellina uno dei costi maggiori, che paga poi il consumatore finale, o che si trasforma in alto costo di produzione e di vendita sottocosto, è dato dall’incapacità di “fare sistema” e non solo per il marketing. Ogni piccola azienda agricola vuole avere il suo trattore, il suo macchinario, ecc. Spesso vi è quasi una gara a chi ha il trattore più grosso, l’ultima macchina appena uscita. Risultato: si lavora anche duramente per pagare i macchinari invece di condividerli, e si ha un maggior inquinamento da idrocarburi. Chi veramente ci guadagna sono i venditori di macchinari e di idrocarburi. Purtroppo alla base c’è una ormai vecchia e logora idea di produzione per la G.D.O. (Grande Distribuzione Organizzata) e l’idea di concorrenza con il mercato di scala che è nato in pianura, che oggi è globalizzato e che l’agricoltura di montagna non riesce economicamente più a reggere. Se il prezzo di un prodotto viene fissato altrove e imposto ad un territorio non c’è ne mercato ne concorrenza. Alla luce di ciò è importante considerare l’apporto positivo che alcune Università stanno dando per superare un periodo storico, che indubbiamente ha portato per alcuni decenni ad uno sviluppo economico per alcuni, ma che ha favorito l’abbandono delle Terre Alte o marginali considerate improduttive. Ecco che allora le università, come l’Università della Montagna di Edolo, diventano estremamente necessarie non solo per un analisi del passato ma soprattutto per la loro capacità di ricerca di soluzioni sostenibili che vedono nelle aree marginali, nelle agro-biodiversità territoriali possibilità di rilancio dei prodotti territoriali identitari e di una economia diffusa a tutti gli attori del territorio e di lunga durata. Faccio un esempio pratico ed efficace: Il Prof. Sergio Sgorbati dell’Unimi Bicocca di Milano circa 8 anni fa mi ha contattato sostenendo che a suo parere c’erano buone possibilità che il grano saraceno di Valtellina, essendo presente da più di 400 anni in valle, avesse modificato il proprio DNA divenendo una specie tra le specie di Fagopyrum Esculentum presenti sul pianeta. Abbiamo intrapreso un lungo lavoro di ricerca, abbiamo trovato 14 tipi di grano saraceno coltivati in Valle, li abbiamo coltivati dall’amico Marcel Zanolari fuori dalle zone tradizionali di coltivazione. l’Università Bicocca insieme all’Università di Pavia (Botanica), Prof. Rossi e l’Università di Padova, Genetica Agraria Prof. Barcaccia, hanno compiuto uno studio genomico che ha portato a confermare che almeno 2 specie sono da considerare scientificamente diverse e quindi certificano che abbiamo 2 ecotipi che possiamo considerare a tutti gli effetti autoctoni, vera biodiversità. Oltre ad essere motivo di orgoglio per noi che abbiamo partecipato al mantenimento di queste semenze, per la Valtellina tutta, ma anche per la Regione e la Nazione, questa è una opportunità che dovremo meglio gestire nel futuro con attenzione e determinazione. La filiera corta del grano saraceno e dei cereali alpini tradizionali che abbiamo e stiamo realizzando a Teglio come Presidio Slow Food e come Associazione per la coltivazione del grano saraceno di Teglio e dei cereali alpini tradizionali è ancora più motivata a realizzare e gestire un cambiamento in atto che non può prescindere dalla collaborazione con i ricercatori delle Università in campi diversi ma legati tra loro. Stiamo sviluppando una possibilità di economia nuova ed innovativa per questo territorio. Un economia che coinvolge trasformatori del prodotto finale, ristoratori, gastronomi, gelatai (a Ponte in Valtellina la gelateria FiordiMela produce un ottimo gelato di segale e grano saraceno autoctono), agriturismi. La collaborazione con le università è anche un’opportunità che non possiamo perdere per contribuire a formare figure nuove, studenti e futuri professionisti da affiancare ai contadini, figure professionali che si occupino del territorio. Quei contadini che mettono le mani nella Madre Terra, che sapranno fare da guida al territorio spiegando con competenze maturate la storia e l’identità del proprio territorio, le agro-biodiversità presenti, la gastronomia tradizionale.

Mulino per la macinatura a pietra del grano saraceno
Il mulino per la macinatura a pietra del grano saraceno utlizzato da Patrizio.

Franco: Visitando i tuoi campi e serre diventa evidente che tu metti nel lavoro tantissima passione. Sulla base della tua esperienza, questo modo innovativo di praticare l’agricoltura oltre che entusiasmante è anche finanziariamente sostenibile? Cioè, può generare, per chi facesse questa scelta, un reddito sufficiente e comparabile ad un impiego di livello equivalente?
Patrizio: Partiamo da dati ufficiali che vedono l’agricoltore in Valtellina avere mediamente 2 ettari di terra, questa è una media, ma è pur sempre una “quasi realtà”. Ciò vuol dire che non basta e non basteranno tecniche agronomiche innovative quali il biologico o occuparsi della tutela delle agro-biodiversità territoriali per garantirsi un’economia soddisfacente. Io, ma anche molti ricercatori Universitari, sosteniamo da anni che il futuro del “Contadino di Montagna” è e sarà nella sua capacità di sviluppare pratiche multifunzionali. Cosa significa? Significa che oltre alla possibilità di gestire Agriturismi (offerta di pernottamento ed enogastronomia) dovrà diventare la guida del proprio territorio, dovrà avere conoscenze e saper dare informazioni elementari ma efficaci di botanica, zoologia che riguardano le piante coltivate o presenti nei boschi circostanti, dovrà saper dare informazioni, anche storiche, sugli animali allevati, ma dovrà anche sapere raccontare la storia delle sue terre e delle genti che l’hanno abitata e che la abitano, sapere utilizzare tecnologie innovative di comunicazione. Purtroppo gli ultimi dati della Regione Lombardia ci dicono che solo 2 agricoltori su dieci utilizzano Internet! Il Digital Divide è un serio problema!
Se sarà possibile dovrà sapere almeno una lingua straniera. Dovrà sapere cosa significa “Turismo Rurale” e “Turismo esperienziale”. Questo sarà l’unico modo per garantire a se stesso un’economia sostenibile, garantirsi un reddito sufficiente e sarà in grado soprattutto di garantire a chi vive ed opera sul territorio condividendo gli stessi obbiettivi una buona qualità di vita con relazioni poli-culturali che contribuiranno ad una evoluzione positiva non solo per gli “operatori del settore” ma anche all’intera valle.

Franco: Assumendo per un attimo di trovarci in un mondo ideale, dove le persone e le istituzioni condividono i tuoi entusiasmi e la tua visione, dove vedresti tra 5 o 10 anni la nostra valle, l’economia locale e il nostro modo di vivere?
Patrizio: Bé intanto vedrei la Valtellina che assume la decisione di non essere solo un Luna Park per turisti ma soprattutto un Oasi Alpina per Viaggiatori che sono interessati al territorio per la sua ubicazione, bellezze naturali, storia, enogastronomia territoriale ed identitaria vera. Un’economia locale in grado di uscire da un concetto di “Modernità” legato ancora agli anni ’70 (basato su un individualismo sfrenato che scimmiotta l’industrialità di pianura oramai decotta e non considera le potenzialità dell’Intelligenza Collettiva locale finora inespressa) porterebbe a sviluppare proposte economiche in grado di valorizzare competenze e capacità che stiamo perdendo o arrancano e che sino ad ora sono rimaste molto marginali, oltre all’enogastronomia penso all’artigianato di qualità che nei secoli qui produceva dalla pietra ollare ai tessuti vegetali (lino e canapa) a quelli animali (lana), al legno, basti pensare che le più belle ed antiche Stue in mostra al Museo Engadinese di St. Moritz provengono da Grosio e dalla Valtellina. Abbiamo restauratori edili e lignei con grandi capacità e competenze che faticano a trovare occupazione. Potenzialità che potranno creare un economia territoriale di alta qualità. L’economia locale tra 5 o 10 anni sarebbe un’economia diffusa che permette di vivere all’allevatore e produttore di formaggi (enogastronomia e lana), al contadino di montagna (enogastronomia e tessuti), a chi si occupa della filiera del bosco (legno ed itinerari turistici nella natura), agli artigiani che si occuperebbero dalla trasformazione dei prodotti della terra, del restauro funzionale di edifici storici valorizzando le imprese edili che si innovano magari anche con proposte nuove elaborate da ingegneri ed architetti. In un panorama simile ai giovani sarebbero aperti spazi per iniziative culturali gestite da loro dove le loro idee e visioni possano esprimersi. Nascerebbe sicuramente un network locale capace di mettere in rete varie discipline e competenze. Sarebbe un cambiamento culturale dove non la competizione nel territorio ma la capacità di solidarizzare e fare sistema tra tutti gli attori porterebbe ad una competizione positiva fuori dal territorio che ci permetterebbe di confrontarci continuamente con le altre realtà alpine e crescere. Migliorerebbe le relazioni, il paesaggio e la nostra qualità di vita. Soprattutto sarebbe una necessaria ed utile possibilità di futuro per i giovani della valle.

Patrizio mostra con orgoglio alcune delle rare varietà da lui coltivate
Patrizio mostra con orgoglio alcune delle rare varietà da lui coltivate.

Franco: Ci parli della tua collaborazione con Punto.Ponte e perché questo tipo di iniziative sono importanti?
Patrizio: In questi ultimi anni in Valtellina molti soggetti e alcuni piccoli imprenditori, soprattutto legati all’enogastronomia, stanno ripensando al loro ruolo e alle possibilità di proporre prodotti veramente del luogo, prodotti identitari che hanno in sé non solo la bontà del gusto ma anche una loro storia. Prodotti che spesso si stanno perdendo o che si sono potuti salvare grazie a interventi lungimiranti proposti soprattutto da Slow Food con la nascita dei Presidi. In Valtellina e Valchiavenna abbiamo 3 presidi: il Presidio del Violino di Capra della Val Chiavenna, il Presidio del Bitto Storico delle Valli del Bitto nella zona di Morbegno ed il Presidio del Grano Saraceno di Valtellina che è nato a Teglio ma si propone di rilanciare una coltivazione che era presente in quasi tutta la Valle.

Punto.Ponte ha saputo organizzare piccoli imprenditori locali per cominciare a discutere di come sviluppare un’economia territoriale basata sulla ricerca degli antichi prodotti che coinvolga i vari attori lungo le filiere produttive, dai contadini ai trasformatori finali quali ristoratori e trasformatori. Sta anche occupandosi dell’artigianato tipico che è un’altra filiera interessante. È la prima volta, in 25 anni di vita in Valtellina, che assisto alla nascita di una associazione che opera fattivamente per un cambiamento coinvolgendo interessi multipli e non corporativi.

La relazione con Punto.Ponte è diventata importante quando mi è stato chiesto di fornire ai loro imprenditori associati le materie prime per la realizzazione dei prodotti, grano saraceno autoctono del Presidio per sciat e pizzoccheri e farina di segale autoctona per la produzione del pane tipico di Ponte. Ho dato la mia disponibilità a fornire le farine ma ho anche chiesto loro di trovare persone, soprattutto giovani, che volessero riprendere le coltivazioni di questi cereali e nel novembre 2013 hanno trovato terreno ed un primo giovane disposto ad imparare le semplici tecniche agronomiche per la semina ed abbiamo seminato circa 2500 mq. a segale che sarà raccolta a giugno e nello stesso campo semineremo grano saraceno autoctono. Se si crede nei concetti di “Filiera Corta”, recupero e mantenimento dei terrazzamenti e del paesaggio, anche in chiave di proposta turistica, è necessario avere una produzione locale del prodotto ed è soprattutto necessario trovare terreni e risorse umane che nel futuro si occupino della gestione di questi per arrivare ad avere una produzione che garantisca anche una adeguata economia a tutta la filiera.

Ritengo estremamente importanti gli incontri che Punto.Ponte organizza con i giovani per una agricoltura territoriale ed identitaria e metto volentieri a loro disposizione le esperienze e competenze che ho maturato negli ultimi 15 anni. Nei prossimi giorni avrò un incontro con un giovane che ha trovato terreni incontaminati da pesticidi per coltivare grano saraceno autoctono che servirà per avere disponibilità di semenza per il futuro.

Patrizio con un agnellino di pecora Ciuta
Patrizio con un agnellino di pecora Ciuta.

Franco: Qual è la cosa che più ti entusiasma del tuo lavoro? E qual è il sogno professionale che più vorresti si avverasse?
Patrizio: Strano a dirsi ma l’arretratezza valtellinese di cui molti valtellinesi mi parlano io la vedo come opportunità, è vero noi non siamo come il Trentino o l’Alto Adige o la Val d’Aosta ma proprio per questo potremo, confrontandoci con queste e altre realtà alpine, imparare dai loro errori e non ripeterli nel futuro. Ciò mi entusiasma proprio perché vedo larghi spazi d’intervento e possibilità, vedo che molti valtellinesi stanno ripensando a se stessi ed i giovani avere interesse per il loro passato in chiave innovativa. Il mio sogno professionale è quello di occuparmi della tutela delle agro-biodiversità e riuscire a vivere economicamente di questo. Era quello di tornare alla terra e sta diventando realtà, come diceva qualcuno del quale non ricordo il nome: “Quando sogni da solo è solo un sogno, quando si è in molti a sognare è la realtà che comincia”.

Patrizio Mazzucchelli e la Pecora Ciuta
Patrizio con una pecora Ciuta del suo piccolo allevamento. La Ciuta è una tipica varietà di pecora valtellinese a rischio di estinzione.

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