Il Sacro Macello di Valtellina del 1620. Guerra di religione o rivolta anti-Svizzera?

Il Sacro Macello di Valtellina. Perché accadde? Di chi fu la colpa? Fu una rivolta contro i Grigioni o una strage a sfondo religioso? Ho analizzato testimonianze e documenti dell’epoca per rispondere a queste domande e capire la genesi dell’evento che oltre 400 anni fa devastò la Valtellina.

Franco Folini

Cominciamo dai fatti. Esattamente 400 anni fa, tra il 18 e il 23 luglio del 1620, alcune squadre cattoliche, capitanate dal cavaliere Giacomo Robustelli, passarono a ferro e fuoco l’intera Valtellina centrale, trucidando gran parte dei loro convalligiani di religione protestante, incluse donne e bambini. L’eccidio ebbe inizio a Tirano la notte del 18 luglio, per poi estendersi nei giorni successivi a Teglio, a Sondrio e alla Valmalenco, e quindi concludersi a Morbegno e a Traona. Il bilancio finale fu compreso tra 400 e 700 morti. I numeri esatti non sono noti. Solo a Sondrio, all’epoca poco più di un villaggio, ben 23 donne di fede protestante furono brutalmente affogate nel fiume Adda. Questa fu la prima e unica guerra di religione in Italia e passò alla storia come il Sacro Macello di Valtellina.

Il Sacro Macello di Valtellina del 1620 fu la prima e unica guerra di religione in Italia.

Franco Folini

La Valtellina prima del Sacro Macello

Ritratto del cavaliere Giacomo Robustelli (Grosotto, circa 1583 – Domaso, 1646) con l'onorificenza dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Ritratto di Giacomo Robustelli (Grosotto, circa 1583 – Domaso, 1646), con l’onorificenza dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, conferitagli dal duca Carlo Emanuele I di Savoia. Giacomo Robustelli fu tra gli autori del cosiddetto Sacro Macello di Valtellina.

All’inizio del 1600, la Valtellina occupava un’importante posizione strategica in Europa, sia dal punto di vista militare sia da quello commerciale. Siamo agli inizi della guerra dei Trent’Anni. Spagnoli e Austriaci, legati da una forte alleanza, occupavano territori italiani distinti e disgiunti: gli spagnoli controllavano la Lombardia, gli austriaci il Tirolo. Nonostante la vicinanza tra i territori italiani occupati dai due alleati, mancava un passaggio o un corridoio che consentisse di spostare rapidamente le truppe da un regno all’altro. Il dominio spagnolo e quello austriaco erano separati dalle terre valtellinesi, allora sotto il dominio del Grigione, e dal territorio della potente Repubblica di Venezia. Gli spagnoli da tempo tentavano di aprirsi una via per connettere il Ducato di Milano all’impero austriaco, così da poter muovere rapidamente truppe dall’Italia verso il Nord Europa e raggiungere i territori in rivolta delle Fiandre. Se gli spagnoli fossero riusciti a ottenere il controllo della Valtellina e del passo dello Stelvio, aprendo l’ampio corridoio tra i due regni, gli equilibri militari e politici in Europa sarebbero cambiati in modo definitivo.

All’epoca, la Valtellina stava vivendo un momento positivo: gli scambi commerciali prosperavano e la favorevole posizione della valle, a cavallo tra l’Italia e la Germania, ne faceva un passaggio obbligato per il transito delle merci. La valle era frequentata da numerosi mercanti e teatro di fiorenti commerci, con una borghesia locale illuminata e benestante.

All’inizio del 1600, la Valtellina era una terra di mercanti e di fiorenti commerci, con una borghesia illuminata e benestante.

Franco Folini

Il dominio Grigione della Valtellina, iniziato nel 1512, aveva istituito condizioni di libertà religiosa uniche tra i territori di lingua italiana. Con la Dieta di Ilanz del 7 gennaio 1526, i Grigioni avevano riconosciuto a ciascun cittadino il diritto di scegliere la propria confessione, cattolica o protestante. La libertà di culto, seppur imperfetta, aveva attirato in Valtellina numerosi protestanti in fuga da altre regioni italiane. Molti di questi rifugiati erano persone benestanti e di elevata cultura e contribuirono indubbiamente a diffondere la nuova fede protestante tra le popolazioni locali. Si stima che, allo scoppio dei tragici eventi del 1620, circa il 10% della popolazione valtellinese professasse la fede protestante. Numerosi riformati italiani si erano rifugiati in Valtellina per sfuggire alla Sacra Inquisizione cattolica che li ricercava attivamente con l’intento di processarli e mandarli al rogo. Anche grazie a questo flusso di rifugiati, la valle attraversava un periodo di notevole fioritura culturale, economica e sociale. Un po’ ovunque si tenevano dotte discussioni filosofiche e religiose, con la partecipazione di entrambe le parti, mentre nella stamperia Landolfi a Poschiavo vedevano la luce volumi che diffondevano le nuove idee introdotte dalla riforma, ben oltre i confini della valle.

Mappa della Repubblica delle Tre leghe, fino al 1797. Creata da Marco Zanoli.
La posizione strategica della Valtellina tra la Repubblica delle 3 Leghe (Grigioni), il Ducato di Milano (Spagna), la Repubblica di Venezia e i domini asburgici. Una pedina importantissima nello scacchiere politico europeo dei primi anni del 1600.

Gradualmente, all’inizio del ‘600, la coesistenza delle due religioni cominciò a farsi sempre più difficile, con episodi di ostilità da entrambe le parti. Già nel 1568, Francesco Cellario, pastore protestante di Morbegno, era stato rapito dagli spagnoli su incarico diretto di papa Pio V. Il rapimento era avvenuto in territorio valtellinese, in violazione dei confini tra i Grigioni e il Ducato di Milano. Francesco Cellario era stato condotto a Roma dove, nonostante le proteste delle Tre Leghe, venne arso a “fuoco lento”. Il rapimento di Francesco Cellario non fu né l’unico né l’ultimo episodio di intolleranza a mettere in crisi la convivenza pacifica tra le due fedi religiose.

Il Sacro Macello di Valtellina, i fatti

Dopo anni di crescente conflittualità tra le due fedi, la rivalità tra le fazioni sfociò infine in una violenta aggressione, nota solo più tardi come il Sacro Macello di Valtellina. Si trattò della prima e unica guerra di religione in territorio italiano. Il gruppo organizzatore del sanguinoso evento era guidato dal cavaliere cattolico Giacomo Robustelli, originario di Grosotto e imparentato con la potente famiglia cattolica grigionese dei Planta di Coira. Il Robustelli, con l’aiuto di Vincenzo Venosta, Marco Antonio e Simone Venosta, Giovanni Guicciardi, Azzo e Carlo Besta, sperava di avviare una rivolta contro il governo Grigione. Secondo i piani segreti del gruppo, la rivolta avrebbe rapidamente attirato in aiuto le forze del governatore spagnolo di Milano, Gómez Suárez de Figueroa y Córdova, noto come il duca di Feria, e quelle degli austriaci, che sarebbero giunte dal Tirolo attraverso il passo dello Stelvio. Sempre secondo le aspettative dei rivoltosi, anche gli svizzeri dei cantoni cattolici sarebbero presto scesi in Valtellina in soccorso alla rivolta, entrando in valle dal passo dello Spluga.
Allo scoppio di quella che era stata organizzata come una rivolta, nessuno degli auspicati interventi alleati si concretizzò. La rivolta contro i Grigioni si trasformò rapidamente in una violenta sommossa, volta all’eliminazione per sterminio o all’allontanamento dalla Valtellina della popolazione protestante. Al termine delle sanguinosissime giornate in cui i rivoltosi eliminarono tutti i loro connazionali di fede protestante, in assenza di qualsiasi forma di resistenza da parte dei dominatori grigionesi, presero il controllo della valle e fondarono la Libera Repubblica di Valtellina. Si trattava di uno stato fantoccio, sotto il stretto controllo spagnolo, che ebbe una brevissima vita.

Nel corso di queste sanguinose giornate di folle e furibondo odio religioso, furono trucidati tra i 450 e i 700 protestanti valtellinesi mentre almeno altrettanti riuscirono fortuitamente a fuggire verso la Svizzera e la Germania.

Franco Folini

Le principali comunità riformate si trovavano a Tirano, Teglio, Sondrio, Traona e Chiavenna. Nel corso di queste sanguinosissime giornate di folle odio religioso, furono trucidati tra 450 e 700 valtellinesi, tutti di fede protestante. Almeno altrettanti riuscirono fortuitamente a fuggire verso la Svizzera, l’Olanda, il Palatinato. Solo la valle di Chiavenna e la contea di Bormio furono risparmiate dalla furia omicida.

Vincenzo Paravicino, miracolosamente sopravvissuto agli eventi e testimone oculare, ci ha lasciato una testimonianza diretta nel suo libro Vera Narratione del Massacro degli Evangelici. Le sue parole ci aiutano a percepire la violenza e ferocia di questi eventi:

Alcuni si nascosero nelle grotte, caverne e deserti, dai quali solo di notte tutti impauriti e mezzo morti uscivano; alcuni per il mancamento di vettovaglia, altri perché solo mangiavano radici, fogli e gramigna spiravano affatto. E molti furono gli uccisi in diversi luoghi, i quali non hanno avuto sepoltura, sicché molti sono i cadaveri per selve, boschi, monti e fiumi.

Vincenzo Paravicino (1595 – 20 dicembre 1678)

Anche Chiuro, il mio paese natale, venne coinvolto in questi eventi. All’epoca Chiuro era considerato un paese saldamente cattolico, come ci suggerisce il predicatore engadinese protestante Ulrich Campell nel volume “Rhaetiae alpestris topographica descriptio“.

Questi paesi (Chiuro e Ponte) sono caparbiamente osservanti della religione pontificia (che essi considerano quella cattolica), mentre rifiutano più di tutti gli altri la dottrina e la fede evangelica, forse perché a Tirano c’è il santuario che il popolo finora ritiene sacro e degno di venerazione.

Ulrich Campell (1572)

Fra i protestanti uccisi a Chiuro vi furono Federigo Valentin di Zernez, Giovanni Meneghini di Poschiavo e Cristoforo Fauschio di Jenins, residenti in contrada Gera, e trucidati nella piana di Chiuro dalle milizie cattoliche di Ponte in Valtellina, al comando di Prospero Quadrio e di Giulio Pozzaglio.

In dieci anni, dal 1620 al 1630, in Chiuro furono commessi sette omicidi, ebbero luogo numerosissime risse con spargimento di sangue, e non pochi figli spuri. I costumi del popolo erano barbari, corrotti, depravati

Domenico Donco, canonico e prevosto di Chiuro (1838 – 1886)

Il Sacro Macello di Valtellina: fu strage o rivolta?

Per anni, il Sacro Macello è stato rimosso dalla memoria dei valtellinesi. Ogni traccia è stata occultata e le poche menzioni filtrate attraverso la narrativa prima rinascimentale, poi fascista e, infine, cattolica. Certamente, l’intento di tale oblio era calmare gli animi e ristabilire la pace religiosa. In realtà, il risultato è stato la cancellazione dalla memoria collettiva del ricordo di un evento che aveva devastato le comunità locali, spezzato famiglie e eliminato completamente un intero gruppo religioso dalla valle. Come ci ricorda lo storico cattolico Saverio Xeres, oltre a sopprimere il ricordo dei tragici eventi del 1620, i valtellinesi hanno cancellato dalla memoria anche un periodo di prosperità economica e di vivacità culturale, alimentato dai numerosi rifugiati religiosi provenienti dal resto della penisola italiana.

I congiurati raggiunsero i loro obiettivi: il protestantesimo a sud delle Alpi fu praticamente annientato e il dominio grigionese sulla Valtellina temporaneamente interrotto.

DSS, Dizionario Storico della Svizzera

La narrazione proposta da istituzioni e storici valtellinesi, ancora oggi, tende a minimizzare la portata dell’evento, riducendo, ad esempio, il numero delle vittime a “solo” 400 protestanti. Gli studi storici approfonditi, condotti da storici indipendenti e dalle comunità evangeliche italiane e grigionesi, parlano di un numero di vittime significativamente più elevato, compreso tra 450 e 700. Molti cattolici si ostinano ancora oggi a descrivere questi tragici eventi come una “rivolta contro il dominatore svizzero“, ignorando che le vittime furono esclusivamente valtellinesi e non grigionesi. Pur non negando l’influenza del potere politico e militare spagnolo nell’organizzazione di questi tragici eventi, dalla narrazione di Cesare Cantù e dalla testimonianza diretta di Vincenzo Paravicino emerge che gli obiettivi e le motivazioni delle soldataglie cattoliche e dei popolani che le aiutarono furono principalmente di carattere religioso.

Pur non negando l’influenza del potere politico spagnolo nell’organizzazione di questi tragici eventi, dalla narrazione di Cesare Cantù e dalla testimonianza diretta di Vincenzo Paravicini, appare evidente che le motivazioni delle soldataglie cattoliche e dei popolani che li affiancarono, furono motivazioni religiose.

Franco Folini

È sorprendente notare che in Valtellina non esiste una sola lapide, un monumento o un museo che ricordi un evento così importante e drammatico nella storia della valle. Il Museo Valtellinese di Storia e Arte (MVSA), in occasione dei 400 anni dai tragici eventi del 1620, ha realizzato una mostra temporanea presso la sede di Palazzo Sassi de’ Lavizzari a Sondrio. L’iniziativa si riferisce al Sacro Macello, chiamandolo in termini quantomeno riduttivi: “Insurrezione Valtellinese”. La narrativa partigiana dell’insurrezione e della rivolta, adottata dalle istituzioni locali, ricalca ancora oggi fedelmente la retorica prima risorgimentale e poi fascista, che impone un’interpretazione di questo evento come un’anticipazione delle rivolte risorgimentali per l’indipendenza degli italiani dai dominatori stranieri.

È sorprendente notare come in Valtellina non esiste una sola lapide, un monumento o un museo che ricordi un evento così importante e drammatico nella storia della valle.

Franco Folini
Esempio di spudorato revisionismo storico da parte della storica valtellinese Saveria Masa, che, a ben 400 anni dai fatti, si ostina a perpetuare una narrazione chiaramente di parte, sminuendo le responsabilità della comunità cattolica nell’organizzazione e nell’esecuzione della terribile strage del 1620. Un’attitudine decisamente poco storica e poco onesta per una storica di professione.

Altri esempi della difficoltà che i miei convalligiani incontrano nel guardare alla storia locale in modo imparziale e oggettivo ci vengono offerti dal vergognoso negazionismo e dal giustificazionismo storico proposti dalla ricercatrice storica valtellinese Saveria Masa. In un evento online di maggio 2020, organizzato dalla Biblioteca Civica Pio Rajna di Sondrio e sponsorizzato dalla giunta comunale, politicamente e religiosamente schierata, la Masa definisce il Sacro Macello d’altra natura, non religiosa. Un’analisi storica che non fa certo onore né a questa studiosa locale né alla sua reputazione. Che dietro questo episodio di follia e rabbia collettiva, che fu il Macello di Valtellina, vi furono forti interessi strategici, militari ed economici è innegabile, così come è altrettanto palese che il clero e le soldataglie locali si siano mossi quasi esclusivamente spinti da motivazioni religiose. In modo simile, Luciano Angelini, pure lui politicamente schierato, in un articolo apparso sulla rivista valtellinese Tellus, descrive il Sacro Macello non come un’insurrezione popolare religiosa, ribaltando i fatti storici e sostenendo, senza alcuna prova, che la popolazione valtellinese non fu coinvolta se non in misura parziale, chiaramente considerando i protestanti come non-valtellinesi. Secondo questo, in parte, fazioso autore, dovremmo dunque dismettere i 700 convalligiani ferocemente trucidati come danno collaterale di giochi politici internazionali fomentati dagli spagnoli del Ducato di Milano, negando sia l’impatto locale sia le motivazioni religiose di questi tragici eventi.

Il Sacro Macello non fu un’insurrezione popolare religiosa, come alcuni cronisti cattolici sosterranno; la popolazione valtellinese, infatti, non fu coinvolta se non molto parzialmente; fu, invece, una brutale congiura filo spagnola organizzata dal governatore di Milano don Gomez Suarez de Figueroa e Cordova, duca di Feria, insieme ad alcuni nobili cattolici valtellinesi, per lo più proscritti o condannati dal tribunale di Thusis, e con la complicità, nemmeno troppo velata, della gerarchia ecclesiastica cattolica; tutti interessati a liberare la Valtellina dai Grigioni e dalla Riforma.

Luciano Angelini, Tellus

Mentre l’influenza spagnola è innegabile, l’evoluzione dei fatti dimostra che l’appoggio spagnolo ai rivoltosi era molto debole e non sostanziale. Queste recenti rivisitazioni partigiane dimostrano tristemente che, per molti dei miei convalligiani, quattro secoli che ci separano dal Sacro Macello sono trascorsi invano. Come vana fu la morte violenta di 700 nostri convalligiani, la cui unica colpa fu aver scelto una religione diversa da quella cattolica.

Nicolò Rusca (Bedano, 20 aprile 1563 – Thusis, 4 settembre 1618), arciprete di Sondrio in un dipinto del 1852 di Antonio Caimi conservato nella Collegiata dei Santi Gervasio e Protasio a Sondrio.
Nicolò Rusca (Bedano, 20 aprile 1563 – Thusis, 4 settembre 1618), arciprete di Sondrio, in un dipinto del 1852 di Antonio Caimi conservato nella Collegiata dei Santi Gervasio e Protasio a Sondrio. Pur morendo come vittima delle torture inflitte da un tribunale svizzero alcuni anni prima dei cruenti eventi del Sacro Macello, Nicolò Rusca svolse un ruolo importante, alimentando le ostilità tra protestanti e cattolici valtellinesi.

Un altro esempio contemporaneo di pressione del mondo cattolico per una rivisitazione faziosa della narrazione storica di questi avvenimenti si è verificato nel 2013. In quell’anno, Papa Benedetto XVI ha beatificato Nicolò Rusca, personaggio indissolubilmente legato al Sacro Macello. Il Rusca ricoprì la carica di arciprete di Sondrio dal 1591 al 1618 e morì sotto tortura presso un tribunale grigionese a Thusis, mentre veniva interrogato, come era prassi all’epoca. Era accusato di aver spalleggiato l’influenza e la corruzione spagnole in Valtellina e, in particolare, di aver organizzato il fallito rapimento di Scipione Calandrini, noto pastore protestante calvinista. Se il rapimento del Calandrini fosse andato a buon fine, come era avvenuto alcuni decenni prima con quello del Cellario, il pastore riformato sarebbe stato consegnato alla Sacra Inquisizione romana. La Chiesa cattolica lo avrebbe certamente condannato come eretico e mandato al rogo. Oggi non è facile stabilire se questa accusa rivolta al Rusca sia veritiera o politicamente motivata. Ciò che sappiamo è che negli ultimi anni della sua presenza a Sondrio, il Rusca aveva aizzato con insistenza i Valtellinesi dal pulpito della collegiata di Sondrio, contribuendo a fomentare l’intolleranza nei confronti dei convalligiani di fede protestante, che chiamava eretici con grande disprezzo.

Con la beatificazione di Nicolò Rusca, la Chiesa cattolica ha scelto di proporre questo ingombrante personaggio come modello di fede, promuovendo un disonesto revisionismo storico e mandando un messaggio conflittuale di intolleranza religiosa alle comunità evangeliche locale ed oltreconfine.

Franco Folini
Monumento a Nicolò Rusca, installato a Sondrio, dietro la collegiata, sotto il campanile ligariano. Ovviamente nessuna menzione delle tante vittime indirettamente legate alle sue parole di istigazione al conflitto religioso.
Monumento a Nicolò Rusca, installato a Sondrio, dietro la collegiata, sotto il campanile ligariano. Ovviamente nessuna menzione delle tante vittime indirettamente legate alle sue parole di istigazione al conflitto religioso.

Benché il Rusca sia morto circa due anni prima del Sacro Macello, è difficile negare la sua influenza nell’inasprimento del clima di ostilità e di odio tra le due comunità religiose. Con l’inopportuna e antistorica beatificazione di Nicolò Rusca, celebrata il 19 dicembre 2011, la Chiesa cattolica ha scelto di presentare questo ingombrante e ambiguo personaggio come modello di fede cattolica. La beatificazione non è stata gradita dalle comunità protestanti italiane e svizzere ed è stata percepita come un segnale di abbandono di ogni serio tentativo di dialogo e di riappacificazione. Dunque, quattro secoli dopo le violenze del 1620, gran parte del mondo cattolico è incapace e non interessata a rivisitare i sanguinosi eventi del Sacro Macello, pur persistendo un’attitudine conflittuale e intollerante nei confronti delle comunità evangeliche. Con la beatificazione del Rusca si è scelto di premiare un simbolo dell’intolleranza e, indirettamente, di giustificare la strage valtellinese come un episodio di legittima difesa della fede cattolica.

La distorsione storica non si è fermata alla beatificazione del Rusca; gli amministratori locali valtellinesi, presi dall’ansia di riscrivere la storia della valle e di cancellare ogni traccia di un passato di cui vergognarsi, hanno promosso il losco personbaggio del Rusca, dedicandogli monumenti, laidi e intitolandogli il sentiero che da Sondrio arriva al passo del Muretto, lungo il quale l’arciuppite di Sondrio sarebbe stato trasportato verso il tribunale svizzero e la morte sotto tortura.

La soppressione della memoria: il Sacro Macello

Il quarto centenario del Sacro Macello di Valtellina, l’anno 2020, avrebbe potuto essere un’occasione per guardare alla nostra storia comune con uno sguardo nuovo e più distaccato. Dovrebbe essere un’occasione di riconciliazione tra le parti e di riflessione sugli eventi passati e sugli eccessi del fanatismo religioso. I quattrocento anni che ci separano da questo triste avvenimento dovrebbero darci la serenità per guardare a quegli eventi con oggettività, mostrando empatia e ricordando le vittime valtellinesi, così come guardiamo le vittime di ben più recenti eccidi a sfondo religioso avvenuti nel mondo. Qualunque fosse il livello di attrito e di condivisione delle responsabilità tra le due comunità religiose nei mesi e negli anni che hanno preceduto il Sacro Macello, non possiamo negare che una delle due fazioni, quella cattolica, ha assunto inequivocabilmente il ruolo di carnefice, mentre l’altra è diventata vittima, pagando un prezzo altissimo di sofferenze e di vite umane.

Indipendentemente da come si vogliano distribuire le responsabilità per l’istaursarsi di un rapporto conflittuale tra le due comunità religiose nei mesi e negli anni precedenti al Sacro Macello, non possiamo negare che la fazione cattolica, assunse inequivocabilmente il ruolo di carnefice, mentre la fazione protestante fu inequivocabilmente la vittima, pagando un prezzo altissimo di sofferenze e vite umane.

Franco Folini

Questa ricorrenza, questo anniversario, dovrebbe essere anche un’occasione per porgere scuse cristiane alla comunità riformata che ancora vive nei vicini Grigioni, oltre il confine. Invece, da parte cattolica, con la complicità del populismo di molti politici locali, si è preferito continuare a ignorare o minimizzare questo importante avvenimento. In un momento storico in cui l’intolleranza religiosa continua a fomentare guerre e stragi in tutto il mondo, avremmo potuto trarre grande beneficio da un piccolo gesto di umiltà e di accettazione delle nostre responsabilità storiche. Ma evidentemente, 400 anni non sono stati sufficienti a cambiare per il meglio la cultura di questa valle.

Valtellina come Salem?

Qualora il numero delle vittime non bastasse a comprendere l’enormità del Sacro Macello e l’importanza di una memoria oggettiva, possiamo azzardare un confronto con quanto accaduto a Salem 70 anni dopo. Nel 1692, a Salem, nel Massachusetts, all’altro capo del mondo, si verificò un evento di carattere religioso con alcune somiglianze con quanto accadde in Valtellina 72 anni prima.

Salem è infatti nota nel mondo per una serie di eventi culminati nel processo alle streghe, che portò alla condanna al rogo e all’esecuzione di 19 donne e all’incarcerazione di altre 200 persone (principalmente donne). Tutte le vittime erano state ingiustamente accusate di stregoneria a sfondo religioso. Come per la Valtellina, si trattò di un momento di follia collettiva fomentata da un credo religioso intollerante, in questo caso protestante. Una follia capace di placarsi solo con lo spargimento del sangue di vittime innocenti.

A distanza di 400 anni, a fronte di un eccidio che ebbe una dimensione ben maggiore delle 19 vittimedi Salem, trucidando circa 700 protestanti, noi valtellinesi non abbiamo ancora avuto il coraggio e l’onestà per erigere anche solo un piccolo monumento o una lapide a ricordo di questi nostri convalligiani che ebbero la sola colpa di professare una fede diversa e perirono come vittime innocenti della furia cattolica del Sacro Macello.

Franco Folini

Oggi Salem è conosciuta in tutto il mondo per la strage di innocenti. La città ospita un ampio museo che ricostruisce e ricorda l’evento storico con oggettività e una grande dovizia di dettagli. Chi si trovasse a visitare Salem, come ho fatto lo scorso anno, dopo la visita al museo, potrebbe raggiungere, non lontano, le tombe di molti protagonisti di questa triste vicenda. Dunque, una città che ha avuto il coraggio di fare i conti con il proprio violento passato e di superarlo, facendone un monito per tutti coloro che usano la religione a fini politici e per la conquista del potere.

Nella mia amata valle alpina, a distanza di 400 anni e a fronte di un eccidio che mieté molte più vittime delle 19 di Salem, i valtellinesi non hanno ancora avuto il coraggio e l’onestà di erigere un piccolo monumento o di installare una semplice lapide a ricordo delle tante convalligiane e dei tanti convalligiani innocenti di fede protestante, uccisi dalla furia cattolica del Sacro Macello.

Impatto del Sacro Macello sulla storia della Valtellina

Contrariamente a quanto scritto da alcuni storici cattolici a giustificazione del Sacro Macello, la Valtellina della fine del ‘500 e degli inizi del ‘600 attraversava un periodo di grande benessere economico. Molti commercianti e imprenditori valtellinesi, tra i più abili e benestanti, avevano abbracciato il protestantesimo. Alcuni storici cattolici raccontano che questo cambio di fede avveniva principalmente per compiacere i dominatori grigioni. La vivacità del dibattito culturale della seconda metà del ‘500 in Valtellina racconta una storia ben diversa, suggerendo che le conversioni al protestantesimo fossero spinte da motivazioni più sincere, come la dilagante corruzione del clero e delle istituzioni cattoliche. I membri della borghesia illuminata e riformata che sopravvissero al Sacro Macello si rifugiarono in Svizzera, Olanda, Germania e Inghilterra. Il Sacro Macello, dunque, non solo azzerò la popolazione protestante locale, ma decapitò anche la classe borghese che alimentava e sosteneva l’economia locale. Oltre ai tragici effetti sulle persone e sulla struttura sociale della valle, il Sacro Macello di Valtellina innescò una lunga serie di guerre e occupazioni, note come la Guerra di Valtellina, durante la quale la valle, nel contesto della Guerra dei Trent’anni, vide susseguirsi, in pochi anni, le dominazioni spagnole, austriache, francesi e, nuovamente, grigionesi.

Dopo gli eventi del Sacro Macello, nel volgere di pochi anni la popolazionevaltellinese venne decimata dal susseguirsi di invasioni straniere e dalla peste. In pochi anni la valle passò da oltre 150.000 abitanti a soli 40.000. La Valtellina non si riprenderà più completamente da questo nero periodo.

Franco Folini

Le occupazioni culminarono con il lungo e straziante stanziamento di oltre 20.000 lanzichenecchi (Landsknecht) tra il 1628 e il 1629. Queste orde germaniche se ne andarono dalla valle solo dopo aver esaurito le ricchezze e le risorse locali. I lanzichenecchi lasciarono alla popolazione locale, a ricordo perpetuo del loro passaggio, la peste. A seguito del Sacro Macello e nel giro di pochi anni, la popolazione della valle, decimata dal susseguirsi di invasioni straniere e dalla peste, passò da oltre 150.000 a soli 40.000 abitanti. La Valtellina non si riprenderà del tutto da questo periodo nero. Bisognerà aspettare altri 350 anni, fino al 1950, perché la popolazione valtellinese torni ai livelli precedenti al Sacro Macello. Il cambiamento degli equilibri politici europei, ma anche lo spostamento del baricentro economico e commerciale del mondo occidentale verso l’Atlantico, non consentirono il ricrearsi di quelle condizioni favorevoli che avevano creato benessere e prosperità.

I cinque lanzichenecchi, acquaforte di Daniel Hopfer, ca. 1530. Circa un decennio dopo il Sacro macello di Valtellina i Lanzichenecchi si stabilirono in valle per un lungo periodo vivendo a carico delle comunità locali.
I cinque lanzichenecchi (Landsknechte), acquaforte di Daniel Hopfer, ca. 1530.

La testimonianza in prima persona di Vincenzo Paravicino

Vera Narratione del Massacro degli Evangelici, fatto da papisti e ribelli nella maggior parte della Valtellina, nell'anno 1620, volume di Vincenzo Paravicino. Edizioni Franco Folini.
Vera narrazione del macello di Valtellina
di Vincenzo Paravoicino

Un’importantissima testimonianza diretta dell’eccidio ci è stata lasciata da Vincenzo Paravicino. Vincenzo era un valtellinese di fede protestante, di Traona, che fu testimone in prima persona dei fatti e si salvò miracolosamente fuggendo nei Grigioni attraverso i monti. Pubblicò un resoconto dettagliato di quanto avvenne in Valtellina nel luglio del 1620. Il libro venne scritto nel 1621 a Zurigo, dove il Paravicino, scampato all’eccidio, si era rifugiato.

Il volume si intitola “Vera Narratione del Massacro degli Evangelici, fatto da papisti e ribelli nella maggior parte della Valtellina, nell’anno 1620“.

Ho personalmente curato la pubblicazione in formato Amazon Kindle Google Play di questo testo di pubblico dominio, utilizzando la trascrizione gentilmente messa a mia disposizione dal Centro Evangelico di Cultura di Sondrio. Il volume è disponibile per l’acquisto ad un prezzo irrisorio.

La ricostruzione dei fatti dello storico cattolico Cesare Cantù

Volume "Sacro Macello di Valtellina" di Cesare Cantù
Sacrio Macello di Valtellina
di Cesare Cantù

Molte delle informazioni di cui disponiamo sul Sacro Macello di Valtellina, così come il nome stesso di Sacro Macello, ci arrivano da Cesare Cantù (1804-1895), uno storico lombardo di metà ‘800 che, pur essendo cattolico, ha saputo descrivere, nel volume intitolato “Sacro Macello di Valtellina“, con imparzialità e accuratezza, gli eventi valtellinesi del 1620.

Ho recentemente curato un’edizione dell’opera di Cesare Cantù, rendendola disponibile su Amazon Kindle e su Google Play Books ad un prezzo irrisorio.

12 thoughts on “Il Sacro Macello di Valtellina del 1620. Guerra di religione o rivolta anti-Svizzera?

  1. Bell’articolo. Leggerò le fonti citate.
    Mi dispiace solo un certo anticattolicesimo squalificante che affiora qua e là. Tra cattolici e protestanti direi che in fatto di odio, ostilità e violenza ognuno ha la sua trave nell’occhio, e che continuare ad accusare non serva a nulla se non in chiave identitaria.
    Singolare il fatto di liquidare la fine di Rusca tra le torture con “come si usava a quel tempo”.

  2. Per amor del vero. Perché scrivi di Luciano Angelini “politicamente schierato”, “fazioso”. Scrive lo storico Mazzali : “L’eccidio dei protestanti fu solo lo strumento a un tempo barbaro, criminale e ipocrita di un’operazione politica per cacciare i Grigioni dalla Valtellina e dalla Valchivenna.” (Cfr. Ettore Mazzali, Giulio Spini, Storia della Valtellina e della Valchiavenna, vol. 2, Bissoni, So 1968)
    “Non fu un’insurrezione popolare religiosa, la popolazione valtellinese, infatti, non fu coinvolta se non molto parzialmente; fu, invece, una brutale congiura filo spagnola … insieme ad alcuni nobili cattolici valtellinesi … e con la complicità … della gerarchia eclesistica cattolica, tutti interessati a liberare la Valtellina dai Grigioni e dalla Riforma.”
    (scrive Luciano Angelini nel citato articolo)

  3. Per quel che scrive nei miei confronti, sembra proprio che lei non abbia letto il mio articolo (Luciano Angelini). L’articolo così s’apre:
    “Alle Autorità della provincia di Sondrio,
    dopo tanto tempo, nel 400° anniversario del Sacro Macello, sembrerebbe giusto e doveroso ricordare quegli innocenti così brutalmente trucidati almeno con una targa o un monumento, anche come monito contro ogni forma di intolleranza.”
    Luciano Angelini

  4. Il Sacro Macello non fu un’insurrezione popolare religiosa,1 come alcuni cronisti cattolici sosterranno;2 la popolazione valtellinese, infatti, non fu coinvolta se non molto parzialmente; fu, invece, una brutale congiura filo spagnola organizzata dal governatore di Milano don Gomez Suarez de Figueroa e Cordova, duca di Feria, insieme ad alcuni nobili cattolici valtellinesi,3 per lo più proscritti o condannati dal tribunale di Thusis,4 e con la complicità, nemmeno troppo velata, della gerarchia ecclesiastica cattolica;5 tutti interessati a liberare la Valtellina dai Grigioni e dalla Riforma.
    (dall’articolo citato su Tellus)

  5. Se rileggi il mio articolo, dico in sostanza le stesse cose che lei dice nel suo, stesse le fonti, stessa l’analisi, ed è stessa la richiesta alle autorità di una memoria.

  6. @Luciano Angelini: Sostenere che la popolazione valtellinese fu solo parzialmente coinvolta nel Sacro Macello di Valtellina mi pare una posizione difficilmente argomentabile. Certamente non fu una rivolta contro gli svizzeri come vorrebbero farci credere. Infatti, chi ne restò completamente fuori furono proprio gli svizzeri, per i quali non c’è giunta notizia né di morti o feriti. Inoltre, dal punto di vista puramente logistico, trucidare 500 persone innocenti richiede ben più di un gruppetto di fuoriusciti di galera arruolati da quattro nobili semi-decaduti. Un evento tragico di questa dimensione richiede indubbiamente il contributo pratico e il supporto morale di una fetta importante della popolazione. Un supporto la cui origine mi pare di poter ricondurre alle martellanti campagne anti-protestanti del Rusca e compagni.

    Forse e’ giunto il momento per i cattolici valtellinesi di riconoscere gli errori e le colpe di 400 anni fa, e finalmente porgere le dovute scuse alla comunità protestante (per chiarezza, io non ne faccio parte) rinunciando a facili scuse e alle comode ma false narrative fascite, bigotte e risorgimentali.
    Indubbiamente potrei essere e forse sono fazioso. Ma da valtellinese e amante di questa valle mi duole profondamente osservare che non si sia fatto assolutamente nulla per ricucire una ferita così antica e profonda. Come valtellinese sento non solo il diritto ma anche il dovere di denunciare le visioni distorte proposte da storici locali che continuano a sostenere l’estraneità della popolazione cattolica valtellinese a questi sanguinosi eventi perpetuando (mi ripeto) una falsa narrativa fascista, bigotta e risorgimentale (fascista perché promossa e perpetuata dal regime fascista).

    Che poi in una valle ancora fortemente cattolica, in un ambiente bigotto e di limitate vedute, e ancora dominato da forze politiche conservatrici, si trovi più di uno storico pronto ad avvalorare questa visioni distorte dei fatti, non mi sorprende affatto.

  7. @Benson: Certamente torto e ragione, come diceva il Manzoni, non si possono separare senza che un po’ dell’uno rimanga attaccato all’altro. ma quando di parla di evento con un bilancio di morti 500 a 0, forse dobbiamo usare la nostra imparzialità ed equilibrio a protezione delle vittime e non degli aggressori.

  8. Se pensa che sto difendendo gli aggressori si sbaglia totalmente.
    Ricambio la scorrettezza chiedendole : se il massacro l’avessero perpetrato gli evangelici a danno dei cattolici, oggi se ne parlerebbe? Lei ne avrebbe scritto?

  9. @benson
    La lunga risposta era diretta al sig. Angelini, la risposta breve a lei. Ora le modifico esplicitando il destinatario.
    Non stavo accusando nessuno, mi scuso se ho dato questa impressione. Volevo solo sottolineare che non si possono trattare in modo uguale vittime e assassini, anche quando lo si fa nel nome dell’imparzialità e con le migliori intenzioni.

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