“L’eleganza del riccio”, di Muriel Barbery – La mia recensione del libro

L’eleganza del riccio è un romanzo che soffre di strabismo culturale. Da un lato critica e fa ironia, un po’ scontata e obsoleta, sulla classe borghese, dall’altro presenta due personaggi che non riescono in alcun modo a distanziarsi e sollevarsi da quella stessa matrice culturale borghese che disprezzano e dichiarano di voler superare.

Franco Folini
L’eleganza del riccio di Muriel Barbery

L’eleganza del riccio di Muriel Barbery è un romanzo che ho apprezzato enormemente, ben scritto e che si legge con grande piacere. Terminata la lettura, mi sorgono alcuni dubbi sulla vicenda. Le due donne protagoniste sono una ricca ragazzina e una signora matura che lavora come portinaia nello stesso palazzo in cui vive la ragazzina. Le due protagoniste ci vengono descritte come donne rivoltose, che rifiutano e disprezzano le convenzioni sociali del mondo borghese in cui vivono e che le circondano. Allo stesso tempo, le due donne sono profondamente innamorate della cultura “ufficiale” borghese e del modo borghese di percepire e vivere la “cultura”. Una cultura che, ovviamente, non è altro che l’espressione di quella stessa borghesia che loro descrivono con disgusto.

In particolare, mi lascia perplesso la figura della portinaia, una popolana (uso questo termine senza alcuna connotazione negativa, solo per distinguerla dalla ricca ragazzina) che rinnega le proprie origini contadine, sminuendo il valore e la profondità di quella cultura contadina in cui è cresciuta, accreditando così lo stereotipo borghese e classista secondo cui “cultura contadina = non-cultura”. Stereotipo che, oltre a essere falsio e obsoleto, si basa esclusivamente sull’ignoranza di chi non conosce né ha mai conosciuto il mondo contadino. Certamente i canoni della cultura contadina sono radicalmente diversi da quelli della cultura borghese, ma non per questo sono di valore inferiore.

Trovo quantomeno curioso che la stessa portinaia sia profondamente affascinata e si qualifichi come esperta di una cultura per lei distante, come quella giapponese. Dalle pagine del libro pare che ci si possa impossessare di una cultura tanto complessa, profonda, ma anche distante, come quella giapponese, semplicemente leggendo un paio di volumi e guardando alcuni film sottotitolati. Non arrivo ad accusare la portinaia di cultural appropriation, ma certamente di strabismo culturale. Nella lettura del libro si percepisce la figura della portinaia come quella di una persona incapace di comprendere e apprezzare le proprie radici contadine e, al contempo, attratta, in modo inevitabimente superficiale, da una cultura tanto lontana quanto difficile per i non “nativi”.

La portinaia è una donna del popolo che svaluta e rinnega le proprie origini contadine, sminuendo il valore e la profondità di quella antica cultura contadina in cui è cresciuta, accreditando così il vecchio e falso stereotipo borghese e classista secondo cui “cultura contadina = non-cultura”.

Franco Folini

In conclusione, è un libro che si propone come critico e ironico nei confronti della classe borghese, ma non riesce a distanziarsi in alcun modo dalla cultura borghese che tanto vorrebbe disprezzare, né a proporre alternative credibili per superarla.

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