Per una nuova giustizia

Da lungo tempo non riesco a riconciliare le notizie riguardanti le condanne e le pene inflitte a criminali con il mio senso di giustizia. Il mio disagio si manifesta quando provo a capire e fare mia l’idea di giustizia. Mi risulta difficile condividere il sistema di valori utilizzato per valutare la responsabilità di un atto criminale, in particolare violenze verso esseri umani, e per individuare provvedimenti per ristabilire la cosiddetta giustizia.

Steven Pinker: The Better Angels of Our Nature: Why Violence Has Declined
Steven Pinker: The Better Angels of Our Nature: Why Violence Has Declined

Non riesco a riconciliare il mio senso etico con il sistema di giustizia corrente, quello accettato e praticato dai paesi civile e dalla comunità internazionale, né con le decisioni che da questo sistema derivano.

E per giustizia io non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gl’interessi particolari, che senz’esso si scioglierebbono nell’antico stato d’insociabilità; tutte le pene che oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di lor natura.
Cesare Beccaria

Ho provato più volte a confrontarmi su questo tema con amici e conoscenti ma senza mai suscitare grandi entusiasmi o interesse a discutere di questo tema, a mio parere particolarmente importante.

Le idee esposte in questo blog-post sono maturate come conseguenza di riflessioni stimolate da alcune letture degli ultimi anni. Ovviamente non posso non citare l’illuminista Cesare Beccaria che con “Dei delitti e delle pene” ha per primo definito il tema della pena. Un altro volume che mi ha aiutato molto a riflettere su questi temi è il volume di Steven Pinker “The Better Angels of Our Nature” che analizza e de-enfatizza i meccanismi che danno luogo ad atti violenti all’interno della società. Pinker individua molto chiaramente anche i meccanismi che limitano significativamente e con successo tali violenze. Infine la mia lettura più recente, quella che mi ha aperto gli occhi sulle profonde ingiustizia del sistema giudiziario americano, è il volume di Mario Marazziti “13 Ways of Looking at the Death Penalty“.

Passo dunque a raccontare la mia opinione su questo tema, opinione che può essere ben riassunta dalla seguente frase:

Non credo possa esistere una vera giustizia per atti criminali.
L’idea comune di giustizia si trova a metà tra l’illusione e la menzogna.

Sono perfettamente conscio che si tratta di una affermazione importante, e pertanto vorrei spiegare in dettaglio il mio pensiero.

  • Non abbiamo modo di conoscere cosa è avvenuto nella mente di una persona nel momento in cui ha commesso o pianificato il crimine, quali pensieri hanno percorso quella mente e quali sensazioni.
    Cesare Beccaria: Dei delitti e delle pene, 1764
    Cesare Beccaria: Dei delitti e delle pene, 1764

    Con questo non intendo negare che vi siano criminali che deliberatamente e consciamente non hanno rispetto per la salute e la vita degli altri esseri umani. Se tali persone esistono, non abbiamo gli strumenti scientifici e medici per distinguerli da persone che operano sotto l’influsso di alterazioni psicologiche e mentali a loro stessi non direttamente imputabili. Non possiamo sapere cosa realmente accade o è accaduto nella mente di un uomo. Non sappiamo se a determinare un’azione criminale sia un problema di natura medica, e dunque non imputabile alla volontà del colpevole, oppure una decisione cosciente e deliberata presa a freddo o, ancora, una decisione emotiva presa in una particolare situazione di stress. Per ragioni di onestà e correttezza dobbiamo ammettere che non possiamo determinare, senza ragionevole dubbio, tali ragioni. Se esistesse un dio potrebbe essere l’unica entità qualificata a giudicare il colpevole e ad amministrare a questa persona una pena adeguata e proporzionata alla reale colpa.

  • Anche quando avessimo la prova definitiva della colpevolezza dell’autore di un gesto criminale, non abbiamo né il diritto ne le ragioni per assegnare una pena a tale persona.
    Venendo meno una motivazione religiosa o un’autorità derivata da dio stesso, è veramente difficile trovare una ragione oggettiva che giustifichi una scelta punitiva verso il colpevole dell’atto criminale. In altre parole, cos’è la pena se non un nome eticamente e socialmente accettabile per un provvedimento che non è altro che una vendetta? Una vendetta mediata dalla legge, dal governo, dalle nostre istituzioni di giustizia, ma pur sempre una vendetta. Certamente questa non è un’idea facile da accettare per chi è cresciuto in una società che ha sempre dato per scontato il diritto a punire un criminale con una pena. Ne ho mai avuto modo di leggere alcun trattato che mi spiegasse in modo convincente tale diritto della società verso i criminali.
  • La società ha il diritto di difendersi da individui o gruppi che potrebbero danneggiare la società stessa o i suoi membri attraverso atti criminali o di violenza. La radice di tale diritto sta nel quell’accordo implicito che lega i membri di ogni società civile a non danneggiarsi senza ragione e a ricorrere all’autorità riconosciuta dalla comunità per risolvere le proprie dispute, anche le più violente. Questo è un postulato importante che completa e correda i primi due chiarendo che benché né come società né come individui non abbiamo alcun diritto di punire i criminali che con i loro gesti hanno danneggiato la nostra comunità o i suoi membri, abbiamo comunque il diritto inalienabile di proteggerci.
  • La società ha il diritto di proteggersi dalla reiterazione di un reato criminale con provvedimenti che siano il piu’ limitati possibile, interferendo con la vita del criminale esclusivamente per il tempo e nei modi strettamente necessari ad evitare la reiterazione del crimine o che vengano commessi altri, diversi, crimini. Tali azioni che vanno a limitare la libertà del criminale dovranno essere completamente prive di ogni valenza di vendetta.

Se da un lato non abbiamo alcun diritto di punire i criminali che danneggiano la nostra comunità, abbiamo il diritto e dovere di difenderci da persone che potrebbero danneggiare o persino uccidere noi o un qualunque altro essere umano.

Mario Marazziti: 13 Ways of Looking at the Death Penalty
Mario Marazziti: 13 Ways of Looking at the Death Penalty

Se garantissimo alla società un diritto illimitato a salvaguardare i propri membri da futuri atti criminali, ricadremmo nello stato attuale giustificando le pene inflitte dalla giustizia ai criminali come non altro che un sistema per assicurarci che alcuni atti criminali non vengano ripetuti. Un mio tipico esempio per esprimere il concetto di minimo diritto di intervento, è quello di una vecchia coppia sposata che da decenni ha con severi problemi di convivenza. Improvvisamente uno dei due coniugi, ormai anziani, in un momento di esasperazione uccide l’altro. Se da un lato ci troviamo di fronte ad un crimine che va indubbiamente condannato, dobbiamo resistere alla tentazione di punire l’omicida per la semplice ragione che come società non trarremo alcun vantaggio da tale punizione. La vittima non riavrà certamente indietro la sua vita e con grande probabilità il colpevole non si ritroverà mai più nel corso dei pochi anni che gli restano da vivere, in una situazione simile. Un provvedimento minimale per evitare il ripetersi di un nuovo crimine potrebbe essere la proibizione per il colpevole di iniziare una convivenza con un nuovo partner. Questo semplice provvedimento dovrebbe essere sufficiente a prevenire il ripetersi di tale reato. Chiaramente tale provvedimento dovrebbe essere supportato da uno psicologo che assicuri la non pericolosità verso la società del colpevole.

Questo piccolo esempio mostra come la severità del provvedimento non dovrebbe essere proporzionale alla gravità del reato ma alle possibilità di reiterazione del reato stesso.

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