Davide Van De Sfroos

La lingua e il dialetto

Articolo pubblicato nel dicembre 1997 sulla rivista Alpesagia di Sondrio.

Alpesagia
Alpesagia, rivista mensile valtellinese

Dalla Divina Commedia alla salvaguardia dei dialetti: un percorso che passa per il Ceresio e la Valtellina, con accompagnamento di musiche irlandesi.

Il primo album dei Der Sfroos s intitola Manicomi ed è stato pubblicato nel 1995
Il primo album dei De Sfroos si intitola Manicomi ed è stato pubblicato nel 1995

Alcune settimane or sono, in quel di Delebio, si è tenuto uno splendido concerto di un gruppo musicale lariano: i “De Sfroos” (De Sfroos, Manicomi, Mr.Net, 1995). Per chi ancora non li conoscesse, i “De Sfroos” sono un gruppo di Porlezza, sul Ceresio, che si esibisce con un repertorio musicale proprio, che si potrebbe definire di grande fantasia e allegria. I richiami presenti nella loro musica sono vari ed eterogenei, ma amalgamati con una capacità quantomeno inaspettata. Le sonorità richiamano gruppi come i francesi Manonegra e gli irlandesi/scozzesi WaterBoys.

Fin qui le impressioni musicali. Quel che più fortemente caratterizza questo gruppo è l’originale scelta di utilizzare il dialetto lariano nelle proprie canzoni. È sufficiente ascoltarli con sincero interesse, seguendo con attenzione i testi, per capire che i “De Sfroos” non hanno fatto questa scelta linguistica per “riappropriarsi della lingua e tradizioni locali”, come direbbe qualcuno, ma cantano in dialetto perché quella è la loro lingua e la lingua della loro cultura. Le metafore utilizzate, i temi delle canzoni, la struttura stessa del testo appartengono alla cultura locale e ne sono una manifestazione totalmente spontanea, senza alcuna forzatura.

L’assistere, o meglio il partecipare, al concerto dei “De Sfroos” suscita, in coloro che si riconoscono nella stessa area geografico-culturale, emozioni particolari; la loro musica, le canzoni e tutto lo spettacolo evocano sensazioni molto forti. Meditando su queste sensazioni sorgono spontanee alcune domande:

  • Riconosciuto che il dialetto possiede un forte potere evocativo e che ci può comunicare tante emozioni, perché scelte come quelle dei “De Sfroos” sono così rare nell’Italia settentrionale e di fatto inesistenti nella montagna lombarda?
  •  Che cosa differenzia i “De Sfroos” dagli altri gruppi musicali che, cantando in italiano su musica più tradizionale, si propongono da anni come genuini interpreti della cultura locale?
  • Perché un gruppo “dialettale” come i “De Sfroos” è apparso solo recentemente sulla scena dopo decenni di vuoto assoluto?

Certamente bisogna riconoscere al gruppo di Porlezza una capacità musicale non comune, come pure bisogna riconoscere loro la felice intuizione di abbinare sonorità nuove, perlopiù provenienti dall’estero, con l’idioma locale. Di lingua si tratta, non di dialetto.

L'Istinto del linguaggio, Steven Pinker
L’Istinto del linguaggio, Steven Pinker

Come sostiene Steven Pinker (S. Pinker, L’istinto del linguaggio, Mondadori, 1997), linguisticamente parlando non esiste distinzione tra lingua e dialetto, o meglio una lingua è un dialetto con alle spalle un potere economico e, di solito, un esercito. Per decenni, forse secoli, i nostri dialetti hanno subito attacchi violentissimi in cui le scuole hanno tentato di inculcare nella popolazione l’idea del dialetto come lingua degli ignoranti, linguaggio della sotto cultura, gergo intrinsecamente povero dei poveri. Persino un divulgatore intelligente come Cesare Marchi si è lasciato sfuggire espressioni infelici come “… uscire dal tunnel del dialetto …” (C. Marchi, Impariamo l’italiano, Rizzoli, 1990). Ma ecco che canticchiando una canzonetta dei “De Sfroos” scopriamo che invece il dialetto è una lingua vera. Una lingua che, in numerosi ambiti, è capace di sfumature che sfuggono clamorosamente alla lingua italiana. La canzoncina che canticchiamo ci dimostra che la lingua dialettale è lo strumento linguistico migliore per raccontare le storie dei nostri paesi, delle nostre montagne; la via più adatta per trasmettere la nostra cultura locale.

Impariamo l'italiano, Cesare Marchi
Impariamo l’italiano, Cesare Marchi

La popolazione della montagna lombarda ha iniziato un processo di riavvicinamento al dialetto, non più visto come mera manifestazione folcloristica ma finalmente percepito nella sua completa parità linguistica con le lingue ufficiali. Per quanto sia ingiusto restringere la portata di queste affermazioni all’ambito musicale, è proprio tra i gruppi che fanno musica etnica che questa coscienza è inizialmente maturata ed ha cominciato a diffondersi. Il leader dei “Li Troubaires de Comboscuro“, un noto gruppo che propone musica etnica della montagna piemontese, dopo un intero concerto in provenzale (“Li Troubaires de Comboscuro, A toun souléi, Target, 1995) ha motivato le scelte linguistiche del gruppo affermato che lingua (dialetto) e cultura locale costituiscono un binomio inscindibile: solo conservando e valorizzando il dialetto è possibile salvaguardare e far vivere la cultura locale. La morte di un dialetto è sempre inevitabilmente abbinata all’abbandono e alla dispersione della cultura locale.

Non tutti i dialetti sono tanto in pericolo d’estinzione quanto quelli della montagna lombarda. Ad esempio, i principali dialetti dell’Italia meridionale sono ancora oggi molto vivaci e ampiamente diffusi. Le ragioni di questa favorevole condizione sono probabilmente da ricercarsi nel legame che, in vario modo, da sempre li tiene agganciati alla cultura ufficiale e, inoltre, alle rilevanti diffusioni territoriale e numerica che ne garantiscono la sopravvivenza. A conferma dello stato di buona salute di cui godono questi idiomi locali, basti pensare alla notorietà della canzone napoletana e del teatro di De Filippo, alle nuove avanguardie musicali napoletane, ecc. Altri dialetti hanno potuto conservarsi in buona salute e rinvigorirsi in virtù di un forte sostegno politico ed economico da parte delle istituzioni locali. Ne sono un tipico esempio i dialetti delle regioni autonome, come il Trentino e la Valle d’Aosta. A differenza di questi, i dialetti della montagna lombarda sono oggi in una condizione di sofferenza e, se non si prenderà alcuna iniziativa, rischiano di scomparire nell’arco della prossima generazione. Essi sono oggi parlati da una popolazione numericamente modesta e distribuita in un territorio che, pur essendo piuttosto vasto, è fratturato e suddiviso da lingue di territorio urbanizzato e industrializzato che orbitano culturalmente e linguisticamente attorno a quel potentissimo centro gravitazionale che è la metropoli milanese. Queste strisce di territorio sembrano non aver avuto la capacità e la forza di avvalersi delle enormi potenzialità culturali ed economiche della grande città lombarda senza esserne totalmente assorbite, smarrendo in tal modo le proprie peculiarità culturali e linguistiche. Tra le cause dell’attuale situazione, non ultima è la presenza nelle scuole medie e superiori di un corpo insegnante che, provenendo in gran parte da altre regioni, non ha potuto né saputo operare quella valorizzazione della cultura locale che la situazione richiedeva.

Li Troubaires de Comboscuro, A Toun Souléi - 1995
Li Troubaires de Comboscuro, A Toun Souléi – 1995

Assumere posizioni di difesa del dialetto, e dunque della cultura delle vallate alpine, potrebbe apparire paradossale e antistorico in un mondo che si avvia velocemente verso la globalizzazione economica e culturale e che vede continuamente estendersi le possibilità di comunicazione. Il pericolo che molti oggi temono, più o meno consciamente, è che nel percorrere la strada verso un mondo senza più ostacoli politici, economici e tecnologici alla comunicazione planetaria e alla globalizzazione dei mercati, si debba sacrificare irreversibilmente il patrimonio culturale tramandatoci dei nostri avi. Questo patrimonio non è custodito e catalogato negli scaffali delle biblioteche o delle librerie ma è costituito da quell’insieme di tradizioni, miti, costumi, ecc. cui attingiamo quotidianamente quando utilizziamo il nostro idioma locale. Quest’incombente pericolo d’estinzione ci suggerisce una rivalutazione delle lingue locali e c’impone di superare tutti i pregiudizi che la cultura ufficiale va da sempre frapponendo nel tentativo, quasi riuscito, di distruggere i nostri dialetti e disperdere, nello stesso tempo, quell’enorme e ricchissima cultura che generazioni di montanari illetterati, nell’accezione letteraria del termine, hanno lentamente costruito e ci hanno orgogliosamente tramandato.

Forse queste non sono le opinioni dei musici lariani che hanno suonato e cantato in quel di Delebio, ma a loro va il riconoscimento per aver non solo allietato ma anche “stimolato” il pubblico presente.

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