4 secoli dopo il Sacro Macello di Valtellina (1620)

Esattamente 400 anni fa, tra il 18 e il 23 luglio del 1620, le squadre cattoliche capitanate da Giacomo Robustelli, passarono a ferro e fuoco l’intera Valtellina centrale trucidando gran parte dei loro convalligiani di religione protestante, incluse donne e bambini. L’eccidio ebbe inizio a Tirano per poi spostarsi il giorno successivo a Teglio, quindi a Sondrio e Valmalenco, e quindi concludersi a Morbegno e Traona. Il bilancio finale fu di circa 400-700 morti. Solo a Sondrio, 23 donne di fede protestante furono brutalmente affogate nel fiume Adda. Questo sanguinoso evento passerà alla storia come il Sacro Macello di Valtellina.

La Valtellina prima del Sacro Macello

Ritratto del cavalier Giacomo Robustelli (Grosotto, circa 1583 – Domaso, 1646) con l'onorificenza dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Ritratto di Giacomo Robustelli (Grosotto, circa 1583 – Domaso, 1646) con l’onorificenza dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro conferitagli dal duca Carlo Emanuele I di Savoia

All’inizio del 1600 la Valtellina occupava una posizione strategica sia dal punto di vista militare che commerciale. Siamo agli inizi della Guerra dei Trent’Anni. Spagnoli e Austriaci, che erano legati da una forte alleanza, occupavano territori italiani distinti: gli spagnoli in Lombardia e gli austriaci in Tirolo. Nonostante la vicinanza tra i due territori, mancava un passaggio o un corridoio che consentisse di muovere velocemente gli eserciti da uno all’altro. Le parti italiane, sotto il dominio spagnolo e austriaco, erano infatti separati dalla Valtellina, a quel tempo sotto il dominio Grigione, e dalla Repubblica di Venezia. Gli spagnoli da tempo cercavano di aprirsi una via per connettere il Ducato di Milano all’impero austriaco così da poter rapidamente muovere truppe dall’Italia verso il nord a raggiungere i territori in rivolta delle Fiandre. Se gli spagnoli fossero riusciti ad ottenere il controllo della Valtellina e del passo dello Stelvio, avrebbero visto aprirsi questo ambito corridoio che avrebbe cambiato in modo definitivo gli equilibri militari e politici in Europa.
All’epoca, in Valtellina anche gli scambi commerciali prosperavano. La felice posizione della valle a cavallo tra l’Italia e la Germania, ne faceva un passaggio obbligato per il transito di merci tra l’Italia e il resto dell’Europa. Questa valle alpina era una terra frequentata da mercanti e luogo di fiorenti commerci, con una borghesia locale illuminata e benestante.

Questa valle alpina era all’epoca (inizio del ‘600) una terra di mercanti e di fiorenti commerci, con una borghesia illuminata e benestante.

Il dominio Grigione della Valtellina, iniziato nel 1512, aveva creato condizioni di libertà religiosa uniche tra i territori di lingua italiana. Con la Dieta di Ilanz del 7 gennaio 1526, i Grigioni avevano riconosciuto a ciascun fedele il diritto di scegliere la propria confessione tra cattolica e protestante. Questa libertà di culto, seppur imperfetta, aveva attirato in Valtellina numerosi protestanti in fuga dal resto d’Italia. Questi rifugiati erano mediamente persone elevata cultura e contribuirono molto a diffondere la nuova fede tra le popolazioni locali. Si stima che allo scoppio dei tragici eventi del 1620, circa il 10% della popolazione locale praticasse il credo protestante. Numerosi protestanti italiani si si erano rifugiati in Valtellina per sfuggire all’inquisizione che li avrebbe mandati al rogo. Si trattava in genere di persone colte che avevano trovato nella valle condizioni di libertà di culto uniche nell’ambito dei territori di cultura e lingua italiane. Anche grazie a questo flusso di rifugiati religiosi, la valle attraversava un momento di grande fioritura. Un po’ ovunque si tenevano dotte discussioni filosofiche e religiose che coinvolgevano personaggi religiosi di entrambe le parti, mentre in una piccola stamperia a Poschiavo si vedevano la luce volumi che diffondevano le nuove idee, introdotte dalla riforma, anche oltre i confini della valle.

Mappa della Repubblica delle Tre leghe, fino al 1797. Creata da Marco Zanoli.
La posizione strategica della Valtellina tra la Repubblica delle 3 Leghe (Grigioni), il Ducato di Milano (Spagna), la Repubblica di Venezia e i domini asburgici. Una pedina importantissima nello scacchiere politico europeo dei primi anni del 1600.

All’inizio del ‘600 la coesistenza delle due religioni cominciò a farsi più difficile con episodi di ostilità da entrambe le parti. Già nel 1568 il pastore di Morbegno Francesco Cellario era stato rapito dagli spagnoli, su incarico diretto di papa Pio V. Il rapimento avvenne in territorio valtellinese, e dunque in violazione dei confini tra Grigioni e Ducato di Milano. Il Cellario venne condotto a Roma dove, nonostante le proteste delle Tre Leghe, venne arso a “fuoco lento”. Il rapimento di Francesco Cellario non fu l’unico.

Il Sacro Macello di Valtellina

Gómez Suárez de Figueroa y Córdoba, conosciuto come il Gran Duca di Feria, governatore spagnolo di Milano.
Gómez Suárez de Figueroa y Córdoba (Guadalajara, 30 dicembre 1587 – Monaco di Baviera, 12 gennaio 1634), conosciuto come il Gran Duca di Feria, governatore spagnolo del Ducato di Milano.

Il gruppo organizzatore del sanguinoso evento che fu poi denominato Sacro Macello, era capitanato dal cavaliere cattolico Giacomo Robustelli originario di Grosotto e imparentato con la potente famiglia cattolica grigionese dei Planta di Coira. Il Robustelli, con l’aiuto di Vincenzo Venosta, Marco Antonio e Simone Venosta, Vincenzo Venosta, Giovanni Guicciardi, Azzo e Carlo Besta, speravano di dare avvio a una rivolta contro il governo Grigione che, secondo i piani del gruppo, avrebbe attirato in aiuto le forze del governatore spagnolo di Milano, Gomez Suarez de Figueroa y Cordova conosciuto come il duca di Feria, e degli austriaci che sarebbero arrivato dal Tirolo attraverso il passo dello Stelvio. Anche gli svizzeri dei cantoni cattolici sarebbero corsi in soccorso alla rivolta valtellinese entrando in valle dal passo dello Spluga.
Allo scoppio di quella che era stata organizzata come una rivolta, nessuno degli auspicati alleati intervenne ad aiutare i rivoltosi. La rivolta si trasformò rapidamente in una sommossa volta all’eliminazione per sterminio o allontanamento dalla Valtellina della popolazione di religione protestante. Al termine delle sanguinose giornate, vista la mancanza di qualunque forma di resistenza da parte dei dominatori grigionesi, i rivoltosi presero il controllo della valle fondando la Libera Repubblica di Valtellina, uno stato fantoccio sotto il controllo spagnolo di brevissima vita.

Nel corso di queste sanguinose giornate di folle e furibondo odio religioso, furono trucidati tra i 450 e i 700 protestanti mentre almeno altrettanti riuscirono fortuitamente a fuggire verso la Svizzera e la Germania.

Le principali comunità riformate si trovavano a Tirano, Teglio, Sondrio, Traona e Chiavenna. Nel corso di queste sanguinose giornate di folle odio religioso, furono trucidati tra i 450 e i 700 protestanti mentre almeno altrettanti riuscirono fortuitamente a fuggire verso la Svizzera, l’Olanda, il Palatinato. Furono risparmiate solo la valle di Chiavenna e la contea di Bormio.

La testimonianza diretta di Vincenzo Paravicino, testimone oculare degli eventi, nel suo libro Vera Narratione del Massacro degli Evangelici ci aiuta a capire la violenza e la ferocia di quanto accadde:

Alcuni si nascosero nelle grotte, caverne e deserti, dai quali solo di notte tutti impauriti e mezzo morti uscivano; alcuni per il mancamento di vettovaglia, altri perché solo mangiavano radici, fogli e gramigna spiravano affatto. E molti furono gli uccisi in diversi luoghi, i quali non hanno avuto sepoltura, sicché molti sono i cadaveri per selve, boschi, monti e fiumi.

Vincenzo Paravicino

Anche Chiuro, il mio paese nativo, venne coinvolto in questi eventi. Fra le vittime vi furono i protestanti Federigo Valentin di Zernez, Giovanni Meneghini di Poschiavo e Cristoforo Fauschio di Jenins, residenti in contrada Gera e trucidati nella piana di Chiuro da truppe cattoliche di Ponte in Valtellina al comando di Prospero Quadrio e Giulio Pozzaglio.

Come viene ricordato il Sacro Macello di Valtellina

Il Sacro Macello è stato per anni quasi completamente rimosso dalla memoria dei valtellinesi. Certamente l’intento di tale oblio fu quello di calmare gli animi e ristabilire la pace religiosa. In realtà il risultato fu quello di cancellare dalla memoria collettiva il ricordo di un evento che aveva devastato le comunità locali, spezzato famiglie e completamente eliminato un intero gruppo religiosa dalla valle. Come ci ricorda lo storico Saverio Xeres, oltre a sopprimere il ricordo dei tragici evento del 1620, i valtellinesi hanno anche cancellato dalla memoria un periodo di prosperità economica e di vivacità culturale alimentata dai tanti rifugiati religiosi provenienti dal resto della penisola italiana.

La narrazione proposta da istituzioni e storici valtellinesi ancora oggi tende a minimizzare la portata dell’evento, ad esempio parlando di “sole” 400 vittime. Gli studi storici approfonditi effettuati da storici indipendenti e dalle comunità evangeliche italiane e grigionesi parlano invece di un numero di vittime tra 450 e 700. Molti cattolici si ostinano ancora oggi a descrivere questi tragici eventi come una “rivolta contro il dominatore svizzero“, ignorando che le vittime furono quasi esclusivamente valtellinesi e non grigionesi. Pur non negando l’influenza del potere politico e militare spagnolo nell’organizzazione di questi tragici eventi, dalla narrazione degli eventi fatta da Cesare Cantù e dalla testimonianza diretta lasciataci da Vincenzo Paravicino, appare evidente che le motivazioni delle soldataglie cattoliche e dei popolani che li aiutarono, furono primariamente di carattere religioso.

Pur non negando l’influenza del potere politico e militare spagnolo nell’organizzazione di questi tragici eventi, dalla narrazione degli eventi fatta da Cesare Cantù e dalla testimonianza diretta lasciataci da Vincenzo Paravicini, appare evidente che le motivazioni delle soldataglie cattoliche e dei popolani che li aiutarono, furono primariamente di carattere religioso.

Che io sappia, non esiste in Valtellina una sola lapide, un monumento o un museo a ricordare un evento tanto importante e drammatico nella storia della valle. Ad esempio, il Museo Valtellinese di Storia e Arte (MVSA) ha recentemente realizzato una mostra presso la sede a Palazzo Sassi de’ Lavizzari a Sondrio per ricordare il tragico evento chiamandolo “Insurrezione Valtellinese“. La narrativa partigiana dell’insurrezione e della rivolta ricalca fedelmente la retorica risorgimentale e fascista che interpretava questo momento storico come una anticipazione delle rivolte risorgimentali di indipendenza degli italiani verso i dominatori stranieri.

Interessante esempio di revisionismo storico da parte di Saveria Masa inteso a diminuire le responsabilità della comunità cattolica nell’organizzazione ed esecuzione della strage del 1620 nota come Sacro Macello di Valtellina.

Altri esempi della difficoltà di guardare alla storia locale con una visione imparziale e oggettiva ci viene offerto dal vergognoso negazionismo e giustificazionismo storico proposto dalla ricercatrice storica valtellinese Saveria Masa che in un evento organizzato dalla Biblioteca Civica Pio Rajna di Sondrio e dalla giunta comunale (chiaramente schierata politicamente) nel maggio 2020 definisce il Sacro Macello “D’altra natura che non religiosa”. Che dietro questo momento di follia e rabbia collettiva, che fu il Macello di Valtellina, ci fossero interessi strategici militari ed economici è indubbio, come è altrettanto certo che il clero e le soldataglie locali avessero in mente esclusivamente fini religiosi. Anche Luciano Angelini, chiaramente schierato politicamente, in un articolo apparso sulla rivista valtellinese Tellus descrive il Sacro Macello come “..non un’insurrezione popolare religiosa” sostenendo, a mio parere per assurdo, che “la popolazione valtellinese, infatti, non fu coinvolta se non molto parzialmente“. Come se 700 convalligiani trucidati non fossero sufficienti a dare una dimensione locale a questo triste evento. Pare che per molti miei convalligiani 4 secoli siano trascorsi invano.

Nicolò Rusca (Bedano, 20 aprile 1563 – Thusis, 4 settembre 1618), arciprete di Sondrio in un dipinto del 1852 di Antonio Caimi conservato nella Collegiata dei Santi Gervasio e Protasio a Sondrio.
Nicolò Rusca (Bedano, 20 aprile 1563 – Thusis, 4 settembre 1618), arciprete di Sondrio in un dipinto del 1852 di Antonio Caimi conservato nella Collegiata dei Santi Gervasio e Protasio a Sondrio.

Un altro esempio contemporaneo di pressione del mondo cattolico per una rivisitazione di parte della narrazione storica di questi avvenimenti si è verificato nel 2013. Papa Benedetto XVI ha beatificato Nicolò Rusca, arciprete di Sondrio dal 1591 al 1618 e che morì sotto tortura a Thusis mentre veniva interrogato e torturato (come si usava al tempo). Il tribunale Grigionese lo accusava di aver spalleggiato l’influenza e la corruzione spagnola in Valtellina e in particolare di aver organizzato il tentato rapimento di Scipione Calandrino, un pastore protestante, con l’intento di trascinarlo fuori dalla Valtellina mettendolo nelle mani dell’inquisizione e che lo avrebbe mandato al rogo. Non è facile capire se questa accusa fosse veritiera o motivata politicamente, ciò che sappiamo è che negli ultimi anni della sua presenza a Sondrio, il Rusca aizzava in continuazione i Valtellinesi dal pulpito della fomentando l’intolleranza verso i convalligiani di fede protestante che con disprezzo chiamava eretici.

Con l’inopportuna beatificazione di Nicolò Rusca, la chiesa cattolica ha scelto di proporre questo ingombrante personaggio come modello di fede, mandando un messaggio forte e chiaro alle locali comunità cattolica ed evangelica.

Benché il Rusca muoia circa due anni prima del Sacro Macello, è difficile negare la sua influenza nell’inasprimento del clima di ostilità e odio tra le due comunità religiose. Con l’inopportuna beatificazione di Nicolò Rusca, avvenuta il 19 dicembre 2011, la chiesa cattolica ha scelto un di proporre questo ingombrante personaggio come modello di fede. Quattro secoli dopo i fatti, il mondo cattolico non è stato capace di rivisitare i sanguinosi eventi del Sacro Macello perseverando nell’attitudine conflittuale verso la locale comunità evangelica. Si è scelto di premiare un simbolo dell’intolleranza e indirettamente giustificare la strage come un mezzo legittimo per difendere la fede cattolica.

Commemorare il Sacro Macello

Il quarto centenario del Sacro Macello di Valtellina dovrebbe essere un’occasione di riconciliazione, un momento di riflessione sugli eventi del passato, e sugli eccessi del fanatismo religioso. I quattrocento anni che ci separano da questo triste avvenimento, potrebbero darci la serenità per guardare a quegli avvenimenti con oggettività ricordando le vittime valtellinesi in modo simile a come guardiamo alle vittime di ben più recenti eccidi a sfondo religioso. Qualunque fosse il livello di attrito e la condivisione delle responsabilità tra le due comunità religiose nei mesi e anni che hanno preceduto il Sacro Macello, non possiamo negare che una parte, quella cattolica, ha assunto inequivocabilmente il ruolo di carnefice, mentre l’altra parte è stata la vittima, pagando un prezzo altissimo.

Questa ricorrenza dovrebbe essere anche un’occasione in cui porgere cristiane e dovute scuse alla comunità riformata che ancora vive nei vicini grigioni, appena oltre il confine. Invece, da parte cattolica, con la complicità dei politici locali, si è preferito continuare a ignorare o minimizzare questo importante avvenimento. In un momento storico in cui l’intolleranza religiosa continua a fomentare guerre e stragi in tutto il mondo, avremmo tratto beneficio da un un gesto di umiltà e di accettazione delle proprie responsabilità. Evidentemente, 400 anni non sono bastati a cambiare la cultura di questa valle.

Emanuele Fiume, storico e pastore valdese, dialoga con Francesca Tasca riguardo al “Sacro Macello di Valtellina” del 1620, l’eccidio della popolazione riformata valtellinese nel quadro della Guerra dei trent’anni.

Valtellina come Salem?

Per meglio comprendere la dimensione dell’evento Sacro Macello e l’importanza del ricordarlo con oggettività, qualora il numero delle vittime non ci bastasse, ci basti pensare che a Salem, nel Massachusetts, all’altro capo del mondo, nel 1692, accadde un evento a carattere religioso che presenta alcune similarità. Salem è infatti nota nel mondo per il processo alle streghe che si concluse con la condanna al rogo e l’esecuzione di 19 persone (oltre ai 200 incarcerati), tutte ingiustamente accusate di stregoneria. Come per la Valtellina, si trattò di un momento di follia collettiva basata su un credo religioso. Una follia capace di placarsi solo con lo spargimento del sangue di vittime innocenti.

A distanza di 400 anni, a fronte di un eccidio che non mieté solo 19 vittime come a Salem, bensì 700, i valtellinesi non hanno avuto ancora il coraggio e l’onestà per erigere un piccolo monumento o inaugurare una lapide a ricordo dei tanti convalligiani di fede protestante vittime innocenti della furia cattolica del Sacro Macello.

Oggi Salem, è conosciuta in tutto il mondo per la vicenda della strage di innocenti. La città ospita un ampio museo che ricostruisce e ricorda l’evento con grande oggettività e dovizia di dettagli. Chi si trovasse a visitare Salem, come ho fatto io lo scorso anno, dopo la visita del museo può visitare, non lontano, le tombe di molti dei protagonisti di questa triste vicenda. Dunque, una città che ha dunque avuto il coraggio di fare i conti con il proprio passato e ha deciso di ricordarlo come un monito a tutti coloro che usano la religione per i propri fini politici o di potere.

A distanza di 400 anni, a fronte di un eccidio che non mieté solo 19 vittime come a Salem, bensì 700, i valtellinesi non hanno avuto ancora il coraggio e l’onestà per erigere un piccolo monumento o inaugurare una lapide a ricordo dei tanti convalligiani di fede protestante vittime innocenti della furia cattolica del Sacro Macello.

Conseguenze del Sacro Macello di Valtellina

Contrariamente a quanto scritto da alcuni storici cattolici a giustificazione del Sacro macello, la Valtellina della fine del ‘500 e inizi del ‘600 attraversava un periodo di benessere economico. Molti dei commercianti e imprenditori Valtellinesi più abili e benestanti avevano abbracciato il protestantesimo. I cattolici dicono che questo fosse un cambio di fede fatto solo per compiacere i dominatori Grigioni, in realtà la vivacità del dibattito culturali della seconda metà del 500 in Valtellina sembra raccontare una storia diversa, suggerendo motivazioni almeno in parte più sincere. I membri di questa borghesia che sopravvissero al Sacro Macello si rifugiarono in Svizzera, Olanda, Germania e Inghilterra. Il Sacro Macello dunque non solo azzero’ la popolazione protestante locale, ma decapitò la classe borghese che alimentava e sosteneva l’economia locale. Oltre a questi tragici effetti sulle persone e sulla struttura sociale, il Sacro Macello di Valtellina innestò una lunga serie di guerre e occupazioni, note come Guerra di Valtellina, e in cui la valle, nel contesto della Guerra dei Trent’anni, vide susseguirsi le dominazioni spagnola, austriaca, francese e grigione.

Nel volgere di pochi anni la popolazione della valle venne decimata dal susseguirsi di invasioni straniere e dalla peste. In pochi anni la valle passò da oltre 150,000 abitanti a soli 40,000. La Valtellina non si riprenderà più completamente da questo nero periodo.

Le occupazioni culminarono con il lungo stanziamento di oltre 20,000 Lanzichenecchi (Landsknecht) negli anni tra il 1628 e il 1629. Queste orde germaniche se ne andarono dalla valle solo dopo aver esaurito qualunque forma di ricchezza e beni rimasti. I lanzichenecchi lasciarono alla popolazione locale, a perenne ricordo del loro passaggio, la peste. Nel volgere di pochi anni la popolazione della valle venne decimata dal susseguirsi di invasioni straniere e dalla peste. In pochi anni la valle passò da oltre 150,000 abitanti a soli 40,000. La Valtellina non si riprenderà più completamente da questo nero periodo. Il cambio degli equilibri politici europei, ma anche lo spostamento del baricentro economico e commerciale del mondo occidentale verso l’Atlantico non consentirono il ricrearsi di quelle condizioni favorevoli che avevano creato benessere e prosperità.

I cinque lanzichenecchi, acquaforte di Daniel Hopfer, ca. 1530.
I cinque lanzichenecchi (Landsknecht), acquaforte di Daniel Hopfer, ca. 1530.

La testimonianza di Vincenzo Paravicino

Una importantissima testimonianza diretta dell’eccidio ci è fornita da Vincenzo Paravicino che fu testimone in prima persona dei fatti e che ci ha lasciato un resoconto dettagliato di quanto avvenne in Valtellina nel luglio del 1620. Il libro venne scritto nel 1621 a Zurigo dove il Paravicino, scampato all’eccidio, si era rifugiato. Il volume si intitola “Vera Narratione del Massacro degli Evangelici fatto da papisti e ribelli nella maggior parte della Valtellina nell’anno 1620“. Ho personalmente curato la pubblicazione in formato Kindle di questo testo di pubblico dominio, utilizzando la trascrizione gentilmente messami a disposizione dal Cen­tro Evan­ge­li­co di Cul­tu­ra di Son­drio.

La ricostruzione dei fatti dello storico Cesare Cantù

Cesare Ambrogio Cantù (Brivio, 5 dicembre 1804 – Milano, 11 marzo 1895) autore del volume "Il Sacro Macello di Valtellina".
Cesare Ambrogio Cantù (Brivio, 5 dicembre 1804 – Milano, 11 marzo 1895) autore del volume Il Sacro Macello di Valtellina.

Molte delle informazioni di cui disponiamo riguardo al Sacro Macello di Valtellina, come anche lo stesso nome di Sacro Macello, ci arrivano da Cesare Cantù uno storico lombardo di metà ‘800 che nonostante fosse cattolico ha descritto con imparzialità e accuratezza gli eventi valtellinesi del 1620.

Trovo utile e interessante che il volume sia disponibile in versione Kindle gratuita su Amazon.com (solamente Amazon può pubblicare libri gratuiti nel Kindle Store). Questa una mia breve recensione del libro di Cesare Cantù (nella recensione vengono ripetute alcune delle considerazioni fatte sopra):

Pare impossibile che le scuole e i musei locali raramente menzionino questo importantissimo evento della storia valtellinese. Un evento che non solo dovrebbe insegnare a tutti noi a diffidare delle categorie “buoni” e “cattivi”, ma che aiuterebbe anche a capire le ragioni della decadenza economica della Valtellina, decadenza che il Sacro Macello ha causato innescando una serie lunghissima di guerre, dominazioni e devastazioni. Da terra ricca, culturalmente e religiosamente libera, la valle si trasformò nel giro di pochi anni in un territorio abitato solo da nobili decaduti e contadini impoveriti. In pochi anni, con il passaggio dei lanzichenecchi, la popolazione si ridusse da oltre 150 mila abitanti all’inizio del 1600 a soli soli 40 mila. Leggendo questo libro riscopriamo una ricca terra che sotto la dominazione elvetica ospitava un vivace dibattito culturale e religioso, pubblicava trattati filosofici e religiosi, intratteneva commerci con l’Europa e il resto dell’italia. Di dutto questo nel volgere di pochi anni rimase ben poco. La causa primaria di questa decadenza è chiaramente identificata da Cesare Cantù nel Sacro Macello di Valtellina e negli eventi che a cascata ne seguirono, indotti certamente da quella ignobile e feroce strage.
Una lettura revisionista dei fatti, promossa principalmente da bigotti cattolici, sta provando e riscrivere questo triste momento di storia come una rivolta dei valtellinesi verso gli oppressori elvetici, dimenticandosi che le vittime del Sacro Macello sono state quasi esclusivamente valtellinesi. I carnefici non si limitarono ai protestanti, ma infierirono anche su quei pochi cattolici che tentavano di proteggere i riformati.
Il libro di Cesare Cantù, anche se chiaramente scritto da un cattolico, è ricco di fatti e lascia al lettore l’opportunità di farsi una sua opinione interpretando i fatti e collegandoli a formare un quadro ragionevolmente completo di quel periodo storico. La lettura è inizialmente difficile a causa di un italiano arcaico e accademico (dell’ottocento) ma presto ci si abitua e le pagine scorrono veloci arricchendo il lettori con nuovi fatti, dettagli e dati importanti.

Giornata di Studio dedicata al Sacro Macello

Si è svolta a Tirano il 12 settembre 2020, presso l’Auditorium Trombini, una Giornata di Studio dedicata al Sacro Macello di Valtellina e organizzata dalla Società Storica Valtellinese e dalla Società Storica Val Poschiavo in collaborazione con il Comune di Tirano e il Museo Etnografico Tiranese (MET). Il titolo dell’evento, scelta a mio parere un po’ faziosa, è: 1620 La rivolta di Valtellina. Includo qui la locandina dell’evento e le due parti della registrazione.

Locandina della giornata di studio “1620 La rivolta di Valtellina” tenutasi a Tirano il 12 settembre 20202 presso l’Auditorium Trombini e dedicata al Sacro Macello di Valtellina.

Purtroppo la qualità audio non sempre consente di seguire agevolmente le relazioni dei relatori.

Giornata di Studio: PARTE 1

Relatori e relazioni:

  1. Augusta Corbellini: Apertura dei lavori.
  2. Alessandro Pastore: Valtellina, luiglio 1620: pratiche di violenza e costruzione della memoria.
  3. Saverio Xeres: Religionis causa? la strage dei riformati in Valtellina e il dibattito teologico in ambito cattolico.
  4. Ilario Silvestri: L’inevitabile alleanza tra Bormio e la Valtellina.
  5. Diego Zoia: Maddalena Cattanea, una vicenda di Tirano.
  6. Guido Scaramellini: I riflessi dell’insurrezione valtellinese del 1620 sulla Valtellina.
  7. Arno Lanfranchi: La Valposchiavo stretta tra Riforma e Controriforma.
“1620 La rivolta di Valtellina” Giornata di Studio, Tirano 12 settembre 2020: Parte 1.

Giornata di Studio: PARTE 2

Relatori e relazioni:

  1. Florian Hitz: Rivendicazione dell’integrità e della sovranità dello stato dei Grigioni.
  2. Randolph Head: Attori, politica e religione: i risvolti della Rivolta.
  3. Guglielmo Scaramellini: Conclusione.
“1620 La rivolta di Valtellina” Giornata di Studio, Tirano 12 settembre 2020: Parte 2.